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Democrazia Cristiana

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bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri partiti con lo stesso nome, vedi Democrazia Cristiana (disambigua).
Democrazia Cristiana
Partito politico italiano del passato
Leader storici Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti
Periodo di attività ottobre 1942 - 1993
Sede Piazza del Gesù, Roma
Coalizioni Centrismo (1948-1962), Centro-sinistra (1963-1979), Pentapartito (1980-1992)
Partito Europeo PPE
Ideologia {{{ideologia}}}
Numero massimo di seggi alla Camera 305 (nel 1948)
Numero massimo di seggi al Senato 138 (nel 1979)
Numero massimo di seggi al Parlamento europeo 29 (nel 1979)
Organo ufficiale Il Popolo


La Democrazia Cristiana (DC) è stato un partito politico italiano, di ispirazione democratico-cristiana e moderato, fondato nel 1942 ed attivo sino al 1993. Esponenti democristiani hanno fatto parte di tutti i governi italiani dal 1944 al 1994, esprimendo quasi sempre il presidente del consiglio dei ministri. La DC è stata sempre il primo partito nelle consultazioni politiche nazionali, ad eccezione delle Elezioni europee del 1984 in cui, anche se di poco, fu superata dal Partito Comunista Italiano.

Indice

[modifica] Storia

Alcide De Gasperi

Dopo lo scioglimento del Partito Popolare Italiano (PPI) da parte del fascismo, i cattolici non costituirono formazioni politiche antifasciste né nella clandestinità né nell'esilio. Poterono invece operare con una certa libertà, anche sotto il regime, formazioni sociali come l'Azione Cattolica e la Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).

Nell’ottobre 1942, mentre si profilava la sconfitta del regime, il partito della Democrazia Cristiana venne fondato da Alcide De Gasperi, presso l'abitazione dell'industriale dell'acciaio Enrico Falck, a Milano, assieme ad esponenti del disciolto Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, del Movimento Guelfo d’Azione di Piero Malvestiti e ad intellettuali provenienti dalle organizzazioni cattoliche, come l'Azione Cattolica e la (FUCI). Tra i fondatori, oltre a Sturzo e De Gasperi, si ricordano: Mario Scelba, Attilio Piccioni, Camillo Corsanego e Giovanni Gronchi del PPI, Aldo Moro e Giulio Andreotti dell'Azione Cattolica e Amintore Fanfani e Giuseppe Dossetti della FUCI e Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione Siciliana, che creò lo stemma successivamente modificato da Luigi Sturzo; Alcide De Gasperi ricevette solo sei mesi dopo la versione definitiva dello "scudo crociato".

All'inizio partecipa ai primi incontri di fondazione anche un gruppo attivo nella Resistenza, il Movimento Cristiano Sociale di Gerardo Bruni, che però, su posizioni socialiste e anticapitaliste, presto si dissocia e darà poi vita a un partito autonomo di breve durata, il Partito Cristiano Sociale.

[modifica] Gli anni della guerra 1942-1945

Il partito fu fondato da Alcide De Gasperi nell’ottobre 1942. Visse una vita clandestina, senza organizzare attività antifasciste, fino al 25 luglio 1943. Il governo Badoglio, pur ufficialmente vietando la ricostituzione dei partiti, di fatto ne consentì l'esistenza, incontrandone gli esponenti in due occasioni prima dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Il 10 settembre, anche la DC partecipò alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), all'interno del quale il partito cercò di assumere la guida delle forze politiche più moderate, contrapponendosi ai partiti di sinistra (PCI e PSIUP). L'atteggiamento della DC, in linea con quello della Chiesa, era di evitare prese di posizione troppo nette sul destino della monarchia nel dopoguerra, e di ridurre la portata della lotta armata, ad esempio schierandosi a favore della dichiarazione di Roma "città aperta".

[modifica] La partecipazione alla resistenza

A partire dal 1943 partecipò nelle zone occupate alla Resistenza con proprie forze, radunate in Brigate, che erano l'unità organizzativa delle forze partigiane. I partiti del CLN avevano ognuno proprie forze, normalmente in Brigate di corrispondente colore politico. Le forze facenti riferimento alla Democrazia Cristiana furono nettamente inferiori rispetto alle forze del Partito Comunista e del Partito d'Azione.
Le Brigate facenti riferiento alla Democrazia Cristiana ebbero vari nomi a seconda del territorio in cui operarono: nell'Emilia e nella bassa Lombardia si chiamarono Fiamme Verdi, in altre regioni Brigate del popolo, oppure Brigate Osoppo, od anche altri nomi a seconda della località. Inoltre persone di orientamento cattolico si arruolarono in Brigate di altro colore politico per vicinanza territoriale, amicizie personali od altre cause.
Rappresentante della DC nel Corpo dei Volontari della Libertà, che organizzava la Resistenza, fu Enrico Mattei, il quale cercò di portare sotto le bandiere del suo partito numerose formazioni "autonome" precedentemente costituite. Si calcola che su circa 200.000 partgiani armati nei giorni intorno al 25 aprile 1945, 30.000 appartenessero alle formazioni legate alla DC[1].

Le formazioni di orientamento cattolico ebbero in genere un atteggiamento prudente, sia nei confronti della popolazione, che cercarono di trattare umanamente e cercarono di non esporre inutilmente, che nei confronti degli avversari, nei cui confronti evitarono provocazioni che potessero portare a rappresaglie sulla popolazione, sia nei confronti delle formazioni partigiane di diverso orientamento politico, cercando di collaborare, nonostante momenti difficili e in alcuni casi anche scontri, apportando un contributo di equilibrio.

[modifica] Tensioni tra partigiani cattolici e comunisti

[modifica] Tensioni durante la guerra

Indicative dei rapporti tra cattolici e comunisti sono alcune frasi: È famosa una espressione in uso tra i partigiani delle 'Fiamme Verdi', nelle riunioni dopo la guerra, riferentesi al tempo della guerra di liberazione : 'Si discuteva, tra noi e i comunisti, con la pistola sotto il tavolo. Ma si discuteva'[2] La frase è citata anche dallo storico Paolo Trionfini.
Giuseppe Dossetti in una lettera a don Carlo Orlandini, comandante delle 'Fiamme Verdi(RE)', riferendosi ai partigiani di altra fede politica, si esprime così: 'Imprescindibili pregiudiziali di ordine morale e politico ci impediscono di assumere ancora una volta la responsabilità di tutto quanto loro compiono sotto il titolo di lotta di liberazione'.[3]
Casi particolarmente gravi di tensioni furono raggiunti sul confine orientale.

Per approfondire, vedi la voce Eccidio di Porzus.

[modifica] Tensioni nel dopoguerra

Le tensioni continuarono e si accentuarono progressivamente nel dopoguerra, sfociando spesso in fatti di sangue. La prima parte della resistenza aveva risolto il dualismo tra le due parti in guerra guerreggiata, ma aveva lasciato irrisolto il nodo dello status dell'Italia, una volta liberata dalla occupazione straniera: democrazia e libertà o dittatura comunista ? Forze filo-democratiche e forze filo-autocratiche avevano collaborato alla vittoria sui nemici esterni, ma si poneva ora il problema di chi avrebbe colto i frutti della vittoria.

Lo scontro fu subito assai duro, tra i vincitori della prima parte della resistenza, con un numero elevato di morti. I dirigenti del PCI facevano dettagliati rapporti sulla situazione all'ambasciatore sovietico, a quel tempo Mikhail Kostylev, che a sua volta riferiva a Mosca. Il segretario del PCI ebbe uno di tali incontri il 31 maggio 1945 e l'ambasciatore riferì "Ercoli (Palmiro Togliatti), considera circa 50.000".[4] Una seconda guerra civile, a bassa intensità, tra i vincitori della prima, durò fino alle elezioni del 1948, che decisero lo scontro a favore della democrazia e della libertà, ma in alcune zone anche oltre.

Per approfondire, vedi la voce Comitati civici.
Per approfondire, vedi la voce Triangolo rosso.
Per approfondire, vedi la voce Uccisione di ecclesiastici nel secondo dopoguerra (1945-1947).
Per approfondire, vedi la voce Giorgio Morelli.
Per approfondire, vedi la voce Mario Simonazzi.
Per approfondire, vedi la voce Eccidio dei conti Manzoni.
Per approfondire, vedi la voce Volante Rossa.

[modifica] La fase iniziale e costituente (1944-1948)

La Democrazia Cristiana partecipò al governo Governo Badoglio II, insieme con gli altri partiti del CLN. Dopo la liberazione di Roma, venne formato il Governo Bonomi II, (giugno 1944), durante il quale la Dc decise di partecipare alla fondazione della nuova CGIL (fusione tra la CGL, di sinistra, e la CIL, cattolica), dando vita nel contempo alle ACLI e, per organizzare i lavoratori delle campagne, alla Coldiretti. Il I Congresso Interregionale del partito nominò segretario De Gasperi. Nel dicembre 1944, il Psiup e il Pd'A uscirono dal governo, nel quale si rafforzò il ruolo di De Gasperi, che divenne Ministro degli Esteri (Governo Bonomi III). Dopo il 25 aprile, si formò il Governo Parri, nuovamente con socialisti e "azionisti", nel quale si cementò l'alleanza tra democristiani e liberali. Nel dicembre 1945 la Presidenza del Consiglio fu assunta direttamente da Alcide de Gasperi (Governo De Gasperi I), il quale gestì le elezioni e il Referendum Istituzionale tra Monarchia e Repubblica (2 giugno 1946).In precedenza, il I Congresso della Dc aveva confermato De Gasperi nel ruolo di segretario del partito.
Dopo il referendum istituzionale, il leader democristiano gestì efficacemente il trapasso dei poteri dal Re alla Repubblica (Governo De Gasperi II), lasciando la segreteria ad Attilio Piccioni. Nel gennaio 1947 il Governo De Gasperi III si caratterizzò per la riduzione del peso del Pci nel campo della politica economica.

[modifica] La rottura tra partiti filo-occidentali e partiti filo-sovietici

Con il Governo De Gasperi IV 31 maggio 1947 la Democrazia Cristiana scelse la strada della contrapposizione tra partiti democratici e partiti di matrice marxista-leninista, con l'esclusione dal governo di comunisti e socialisti, ponendo fine ai governi di unità nazionale. Alla rottura si giunse dopo un lungo periodo di difficile coabitazione. La guerra per la liberazione aveva tenuto assieme culture assai differenti. Vi era un gruppo di partiti politici filo-occidentali ed un gruppo di partiti politici che guardavano al modello sovietico. La rottura era inevitabile ed avvenne nel 1947.

Gli storici Victor Zaslavsky e Elena Aga-Rossi hanno esaminato l'atteggiamento del Partito Comunista e dell'Unione Sovietica nei confronti dell'Italia. Negli ultimi anni, dopo la caduta del Comunismo in Russia, sono stati resi accessibili al pubblico molti documenti riguardanti gli anni successivi alla II Guerra Mondiale. Victor Zaslavsky ha esaminato a Mosca molti documenti di questo periodo, pubblicando la traduzione di alcuni.[5]

Elementi che accelerarono la rottura furono inoltre i frequenti atti di terrorismo, tendenti a rafforzare una delle parti politiche in lotta. Secondo i dati trovati dallo storico Victor Zaslavsky gli atti di terrorismo erano coerenti con lo scopo di facilitare la presa del potere. Dalla fine della guerra alle elezioni del 1948 furono molte migliaia le persone assassinate, talvolta aderenti al regime sconfitto, talvolta anche ex-membri della Resistenza, ma di orientamento politico a favore della democrazia, talvolta ecclesiastici, visti come propagandisti della Democrazia Cristiana.

Peraltro l'atteggiamento di Togliatti era volto a evitare lo scontro diretto, come mostrò la sconfessione dell'occupazione della Prefettura di Milano da parte di milizie partigiane comuniste armate alla fine novembre 1947, cui parteciparono esponenti di vertici del PCI, come Giancarlo Pajetta.

Per approfondire, vedi la voce Ettore Troilo.

[modifica] Lo spettro della guerra civile

Lo spettro della guerra civile, come resa dei conti tra i due raggruppamenti usciti vincitori dalla I parte della Resistenza, aleggiò a lungo in Italia. Poco dopo la fine della guerra alcuni gruppi di Partigiani, insoddisfatti, ripresero la via dei monti, ed a fatica furono persuasi dai capi a rientrare. Nell'immediato dopoguerra alcuni gruppi di partigiani vincitori, in genere di una precisa tendenza politica, si abbandonarono a vendette tremende, con torture, stragi, esecuzioni sommarie, nei confronti di simpatizzanti del cessato regime ed anche nei confronti di simpatizzanti della tendenza politica della Resistenza opposta.[senza fonte]

Nel settembre 1947 il Ministro dell'Interno Mario Scelba aveva preparato un piano di emergenza per contrastare un tentativo di colpo di stato delle sinistre.
Il 3 e il 4 dicembre 1947 la direzione della Democrazia Cristiana tenne due riunioni. I dirigenti che intervennero nella riunione furono tutti concordi nella necessità di prepararsi alla guerra civile, pur riconoscendo che essa sarebbe scoppiata solo in caso di ordini precisi da Mosca e non per iniziativa autonoma del Pci. Il dibattito si incentrò sulle forze su cui era possibile contare e sulle iniziative da prendere per contrastare una azione armata della sinistra. Scelba e Taviani concordarono nella debolezza dell'esercito e nella necessità di rafforzare le possibilità dello stato.[6]

La rigidità gerarchica delle strutture dell'apparato comunista, in cui la decisione finale spettava sempre solo a Mosca, e la visione Geopolitica valida era solo di Mosca, non lasciarono spazio a decisioni specifiche del Partito Comunista Italiano. La visione Geopolitica Moscovita non considerava utile una guerra civile in Italia, e quando il segretario del partito nel colloquio con l'ambasciatore sovietico del 23 marzo 1948, in vicinanza delle elezioni convocate per il 18 aprile, chiese istruzioni, la rapida risposta del Comitato Centrale Sovietico il 26 marzo fu negativa.[7]

Per approfondire, vedi la voce Apparato paramilitare del PCI.

[modifica] Il centrismo

Iniziava il "centrismo", un sistema di alleanze tra la Democrazia Cristiana (DC), il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSDI), il Partito Repubblicano Italiano (PRI), il Partito Liberale Italiano (PLI), e l'affermazione della così detta conventio ad excludendum, estesa fino all'inizio anni '60 a comunisti e socialisti e fascisti, e successivamente limitata ai soli comunisti e fascisti.

Il periodo 1945-1948 fu un periodo difficile, di instabilità sociale, con frequenti disordini che le forze dell'ordine e lo stesso governo spesso non riuscivano a gestire al meglio.

Dal 1946 al 1948, la Democrazia Cristiana nell'Assemblea Costituente, partecipò alla stesura della Costituzione italiana, impegnandosi ad evitare un ritorno al passato fascista e contemporaneamente, ad evitare una strada marxista per la società italiana, pur collaborando con i comunisti ed i socialisti. Infatti la DC riuscì, quale partito di maggioranza relativa, a dialogare con tutti gli altri partiti dell'arco costituzionale, assicurando così al Paese una Carta Costituzionale ampiamente condivisa. Esempio di questo impegno è l'art. 1 della Costituzione, che nel definire l'Italia "una repubblica democratica fondata sul lavoro", evitò il riferimento tanto alla "repubblica dei lavoratori" di stampo decisamente marxista, quanto il riferimento ad uno Stato di impostazione liberal-capitalista. La base della DC era infatti interclassista.

[modifica] La campagna elettorale del 1948

Alle elezioni politiche del 1948, vi fu una durissima campagna elettorale contro il Fronte Democratico Popolare, composto da comunisti e socialisti.
La propaganda politica la presentò come uno scontro tra libertà-capitalismo occidentale e totalitarismo-statalismo comunista (rappresentato dal Partito Comunista).
Assai rilevante fu il contributo della Chiesa, che scese in campo a favore della DC. Uno strumento importante furono i Comitati Civici, organizzati da Luigi Gedda.
Vi erano alcuni elementi che pesavano contro il FRONTE.

Alle elezioni politiche del 1948, la DC (che nel suo II Congresso, alla fine del 1947, aveva mostrato una notevole compattezza, evitando di suddividersi in correnti) ottenne il 48.5% dei suffragi (12.700.000 voti), assicurando così la nascita di un governo di centro, insieme a PLI, PRI e PSDI. Il Fronte Democratico Popolare, composto da comunisti e socialisti ottenne il 31% dei suffragi (poco più di otto milioni di voti).
Il risultato delle elezioni del 1948 unito alla prudenza di Stalin stabilizzò la democrazia in Italia. (Il 23 marzo 1945, in imminenza delle elezioni, Togliatti aveva chiesto a Mosca istruzioni sul possibile uso dell'Apparato paramilitare del PCI ricevendo risposta "di non attuare una insurrezione armata in nessun modo".[11])

[modifica] I Legislatura - Gli anni del centrismo degasperiano 1948-1953

In questi anni, la DC fondò governi con PSDI, PRI e PLI. I governi furono sempre guidati da Alcide De Gasperi. Primo di questi fu il Governo De Gasperi V (dopo il quale divenne segretario della Dc Giuseppe Cappi), caratterizzato da una politica moderatamente riformista (piano Ina-casa); la corrente di Giuseppe Dossetti, al III Congresso democristiano nel 1949 chiese di accelerare la politica di riforme, mentre la maggioranza degasperiana elesse segretario Taviani. All'inizio del 1950, in seguito a scontri in cui la polizia uccise alcuni manifestanti, il governo si dimise, e si costituì il Governo De Gasperi VI. Pochi mesi dopo, Gonella divenne segretario, e la corrente dossettiana, ispirandosi al laburismo inglese, ampliò la propria influenza, dando una forte spinta alle riforme (riforma agraria, Cassa del Mezzogiorno, ENI). Nel 1951 fu la volta del Governo De Gasperi VII, che segnò il ritiro di Dossetti dalla politica e la crescita del peso di Fanfani.
In questi anni la Dc risultava dipendente sul piano organizzativo dall'Azione Cattolica. Tuttavia, De Gasperi fece fallire la cosiddetta "operazione Sturzo", cioè il tentativo, appoggiato dal Vaticano, e sollecitato da Pio XII, di formare in occasione delle elezioni comunali di Roma del 1952 una lista civica aperta anche ai monarchici e all'Msi, organizzata da don Sturzo. Grazie alla mediazione di Andreotti, ben introdotto presso il Papa, De Gasperi fece fallire il progetto.
Sul piano della vita interna al partito, l'evento più rilevante fu la fondazione della nuova corrente di "Iniziativa democratica" (novembre 1951), sorta sulle ceneri di quella dossettiana, ma aperta anche a persone di altra provenienza (come Taviani). Il IV Congresso della Dc (novembre 1952), vide comunque il partito compatto intorno alla proposta di riforma elettorale sostenuta da De Gasperi.
Il risultato delle elezioni, però, segnò la sconfitta del progetto, in quanto la Dc e i suoi alleati rimasero, sia pure di poco, al di sotto del 50% dei voti, necessario per fare scattare il premio di maggioranza, perdendo voti più a vantaggio della destra (Pnm e Msi) che della sinistra.

[modifica] II Legislatura (1953-1958) - L'avvento delle nuove generazioni

Dopo le elezioni del 1953, e un breve governo De Gasperi, (Governo De Gasperi VIII), si formò il Governo Pella, appoggiato, attraverso l'astensione, dal Pnm. Nel settembre del 1953, De Gasperi tornò alla segreteria. All'inizio del 1954, caduto Pella, si costituì il Governo Fanfani I, che non ottenne la fiducia, seguito dal Governo Scelba, che ebbe un solido appoggio dalla corrente dei sindacalisti Cisl.
Contemporaneamente, il caso Montesi, discussa vicenda di cronaca nera, viene sfruttato da Fanfani, ministro degli Interni sotto Pella, per bloccare la successione di Piccioni (il cui figlio era coinvolto nella vicenda) a un De Gasperi ormai malato. Al V Congresso del partito Fanfani, con il sostegno di Iniziativa democratica, divenne segretario della Dc, mentre il partito iniziava a frantumarsi in numerose correnti (sparendo invece il vecchio centro degasperiano). Con Fanfani, la Dc sposò il principio dell'intervento pubblico nell'economia, e la necessità di rafforzare l'organizzazione, fin lì troppo dipendente da quella dell'Azione Cattolica e dal rapporto con la Confindustria. Il 19 agosto 1954, il leader storico, Alcide De Gasperi, morì.
Nell'aprile del 1955, Fanfani subì una sconfitta, quando la maggioranza del gruppo parlamentare, riunita nella cosiddetta "Concertazione", ribellandosi alle indicazioni del segretario, impose l'elezione di Giovanni Gronchi a Presidente della Repubblica.
Il governo Scelba cadde poco dopo, venendo sostituito da Segni (anch'egli di "Concertazione", che si spaccò e si sciolse), sotto cui venne creato il Ministero delle Partecipazioni Statali e l'Italia partecipò alla nascita della CEE.In questa fase fu anche attuata l'estensione mutualistica e pensionistica a tutti i lavoratori, in precedenza limitata ai soli lavoratori dipendenti. La Dc conobbe una forte crescita degli iscritti, tanto che il VI Congresso (1956) segnò il momento del massimo trionfo per Fanfani.
Nella primavera 1957 divenne capo del governo Adone Zoli, appoggiato dall'Msi, segno che ormai anche la destra democristiana accettava l'espansione dell'economia pubblica. I risultati elettorali del 1958 furono i migliori dell'intera storia della Dc, a parte l'irripetibile 1948 (42,2%)

[modifica] III Legislatura (1958-1963) - La spinta a superare il centrismo

Fernando Tambroni

Dopo il successo elttorale, Amintore Fanfani poté così formare il nuovo governo, rimanendo segretario della Dc, e occupando anche il Ministero degli Esteri. La Dc mostrò di non gradire una tale concentrazione di poteri, facendolo più volte battere alle Camere, fino a farlo cadere nel gennaio 1959 e a costringerlo ad abbandonare anche la segreteria. Al governo Fanfani fu sostituito da Antonio Segni. Queste vicende portarono alla crisi di Iniziativa democratica e alla scissione del grupppo detto dei "dorotei" (guidato da Rumor e Taviani), che elesse alla segreteria Aldo Moro, con l'appoggio delle correnti di sinistra. La Dc intanto cambiava volto, aumentando i propri iscritti nelle regioni meridionali e diminuendoli in quelle settentrionali, con le correnti trasformate più in blocchi di potere che in posizioni ideologiche. Nell'ottobre 1959, al VII Congresso, i dorotei prevalsero di poco sui fanfaniani ("Nuove cronache"), confermando comunque Moro segretario (questi costituì una propria sottocorrente detta "morotea"). Nel 1960 si aprì una difficile crisi di governo, che portò all'assegnazione dell'incarico a Fernando Tambroni (alleato di Gronchi), appoggiato dai partiti di destra. Gli scontri di piazza che ne seguirono, con morti e feriti, furono sfruttati dall'ala democristiana che desiderava un accordo con il Psi per imporre un nuovo governo di Fanfani, detto "delle convergenze parallele" (in realtà si sarebbero dovute definire simmetriche...), perché sostenuto dall'esterno da Psi e Pdium.
Nel novembre 1961 Moro stravinse l'VIII Congresso della Dc sulla base di una cauta apertura al Psi, vista come necessaria a fronte delle esigenze della nuova Italia industrializzata. Venne così costituito un nuovo governo Fanfani, con Psdi, Pri e l'astensione determinante del Psi. Nel 1962 i dorotei ottengono la Presidenza della Repubblica con Antonio Segni. Il nuovo governo, nel frattempo, nazionalizzò l'industria elettrica e istituì la scuola media unica. Alle elezioni del 1963, comunque, Dc e Psi si presentarono agli elettori come partiti non alleati tra loro, subendo peraltro una sconfitta (la Dc scese al 38,8%, cedendo voti a vantaggio del Pli).

[modifica] IV Legislatura (1963-1968)- Il centro-sinistra

La delusione per i risultati elettorali rallentò la nascita di un governo di centro-sinistra, spingendo la Dc a costituire temporaneamente un governo monocolore presieduto dal moderato Giovanni Leone; solo nel dicembre del 1963 il Psi entrò nel governo con Moro, sostituito alla segreteria da Rumor. La politica economica del governo, però, deluse il Psi e dopo pochi mesi produsse una crisi: questa si protrasse per settimane, durante le quali il Presidente Segni si mosse in maniera autonoma, anche al di fuori dei suoi compiti istituzionali (il discusso Piano Solo), allo scopo di allontanare il Psi dal governo. Alla fine prevalse la maggioranza dei dorotei, favorevole al proseguimento dell'esperienza di governo con i socialisti, purché senza contenuti riformisti, come accadde con il Governo Moro II. In autunno, il IX Congresso, pur confermando Rumor, mostrò la debolezza della maggioranza dorotea, e la relativa forza della minoranza fanfaniana: la spaccatura del partito si fece sentire alle elezioni presidenziali alla fine del 1964, favorendo la vittoria del socialdemocratico Giuseppe Saragat. Nel 1966 il governo entrò nuovamente in crisi, a causa del distacco di Moro dai dorotei, ma l'assenza di alternative portò alla nascita del Governo Moro III. Le principali correnti (dorotei, morotei, fanfaniani) si allearono nuovamente in occasione del X Congresso (1967), lasciando isolata la sinistra (Base e Forze Nuove), ma questa riunificazione si rivelò fragile e temporanea. Il fallimento della politica riformista favorì l'esplodere delle tensioni con il fenomeno del "Sessantotto". Del resto i risultati elettorali del 1968 furono favorevoli alla Dc e non ai socialisti e socialdemocratici unificati (PSU), segno che il centro-sinistra non era ostile agli interessi dei ceti legati alla Dc.

[modifica] V Legislatura (1968-1972) - Gli anni della contestazione

Dopo le elezioni del 1968, venne formato un nuovo Governo Leone, monocolore democristiano, in attesa di definire i rapporti con i socialisti del Psu. Moro, sentendosi accantonato, uscì ufficialmente dalla corrente dorotea con il suo gruppo detto "moroteo". Soltanto nel dicembre 1968 fu possibile ricostituire il centrosinistra con la leadership di Mariano Rumor, che a sua volta lasciò la segreteria della Dc al collega di corrente Flaminio Piccoli. Nel giugno 1969, al XII Congresso, la sinistra democristiana si compattò intorno a Moro, mentre i dorotei mantennero la maggioranza solo grazie all'accordo con i fanfaniani. Poco dopo la scissione in casa socialista tra il Psi e il Psu provocò la caduta del governo, che venne ricostituito ma senza disporre di una solida maggioranza. Le ripetute sconfitte provocarono il crollo della corrente dorotea, che si divise tra una componente guidata da Rumor e Piccoli (Iniziativa popolare) e l'altra (che riprese il nome ufficiale dei dorotei, Impegno democratico), guidata da Colombo e Andreotti. Il mese successivo venne eletto segretario della Dc il giovane fanfaniano Arnaldo Forlani, come soluzione di compromesso tra le correnti nel pieno del cosiddetto "autunno caldo", che culmina con la strage di Piazza Fontana. Il governo, entrato nuovamente in crisi, venne sostituito dal Governo Rumor III, che approvò lo Statuto dei lavoratori e la legge istitutiva dei referendum (con la speranza di abrogare la legge sul divorzio che stava per essere introdotta), ma che entrò ancora in crisi a luglio. L'incarico di formare il governo fu affidato a Emilio Colombo, sotto il quale fu approvata la legge sul divorzio.
Le elezioni amministrative del 1971 mostrarono uno spostamento di voti a vantaggio dell'Msi, rendendo così la Dc incerta sulla strategia da seguire, come mostrò il fallimento della candidatura Fanfani alle elezioni presidenziali nel dicembre di quell'anno, nelle quali fu eletto Presidente della Repubblica Giovanni Leone con i voti determinanti di Msi e Pdium. Ne conseguì la crisi del governo Colombo e la nomina di Giulio Andreotti, il quale non disponeva della maggioranza: Leone ne trasse occasione per sciogliere le Camere per le prime elezioni anticipate della storia della Repubblica, alle quali la Dc si presentò come partito affidabile e contrapposto agli "opposti estremismi" (di destra e di sinistra). Il risultato delle elezioni mostrò la compattezza del voto cattolico a favore della Dc, mentre l'unico altro vincitore risultò proprio l'Msi-Dn.

[modifica] VI Legislatura (1972-1976) - Di fronte all'ascesa del Pci

Dato lo spostamento a destra dell'elettorato, la Dc decise di costituire un governo senza più i socialisti, sempre con la guida di Andreotti, che porta avanti una politica fortemente inflazionistica, in una fase in cui gli scontri di piazza si fanno sempre più frequenti, con morti e feriti tra i militanti di destra e di sinistra e tra le forze dell'ordine. Nella primavera del 1973 il governo Andreotti perde quindi la maggioranza, proprio mentre doveva tenersi il XII Congresso della Dc. Al congresso si formarono tre posizioni all'incirca equivalenti: quella dei dorotei "storici" (Rumor e Piccoli), quella di "destra" (Andreotti e Forlani) e la sinistra guidata di fatto da Moro: alla fine verrà eletto un segretario considerato "forte" e autorevole, ovvero Fanfani.
Formatosi un nuovo governo di centrosinistra con Rumor, Fanfani ritenne necessario un confronto diretto con la sinistra allo scopo di mostrare l'esistenza in Italia di un potenzialmente maggioritario schieramento di centro-destra, in una fase resa difficile dall'impennata dei prezzi del petrolio. La caduta del governo, comunque sostituito da un nuovo esecutivo presieduto dal solito Rumor, spinse Fanfani e tutto il gruppo dirigente della Dc a puntare sul referendum abrogativo della legge sul divorzio, nel quale però lo schieramento cattolico fu nettamente sconfitto (maggio 1974). Nell'ottobre 1974, anche il governo Rumor cadde a causa dei contrasti tra Psdi e Psi, e la Dc scelse di costituire un governo Moro, solamente con il Pri: questo puntò tutto sul tema dell'ordine pubblico e all'inizio del 1975 presentò la cosiddetta legge Reale, che ampliava i poteri della polizia (in compenso il Psi ottenne l'estensione del diritto di voto ai diciottenni e fu istituita la cassa integrazione (1975).). La campagna elettorale delle elezioni regionali fu funestata da numerosi scontri di piazza con morti e feriti tra i militanti delle varie fazioni politiche, ma il risultato non arrise alla Dc, bensì vide una grande affermazione del Pci. A questo punto Fanfani fu messo in minoranza dal Consiglio nazionale del partito, che lo sostituì con il moroteo Benigno Zaccagnini, eletto da una eterogenea maggioranza come soluzione temporanea. Ma a dicembre il Psi tolse il suo appoggio al governo, che si dimise; Moro costituì allora il suo quinto governo, senza più nemmeno il Pri. Il XIII Congresso (marzo 1975) fu molto combattuto: per la prima volta il segretario fu eletto direttamente dai delegati, e sia pure per pochi voti il "progressista" Zaccagnini (salutato dal canto di Bella ciao) prevalse sul "conservatore" Forlani. Poco dopo, per contrasti sul diritto all'aborto, la Dc fu messa in minoranza alla Camera, e scelse la strada delle elezioni anticipate; la Dc ottenne l'appoggio di un vasto schieramento moderato, non necessariamente cattolico (compreso Indro Montanelli che invitava a votare Dc "turandosi il naso", ma anche Umberto Agnelli candidato al Senato), permettendo alla Dc di mantenere un discreto vantaggio su un Pci in crescita, in un contesto di forte polarizzazione del voto. Tra gli eletti democristiani si notò un forte ricambio generazionale (ad esempio con la presenza di esponenti di Comunione e Liberazione).

[modifica] VII Legislatura (1976-1979) -Dal centrosinistra alla solidarietà nazionale

Giulio Andreotti

La Dc decise di trattare con il Pci e il Psi per la costituzione di un monocolore Andreotti (detto della "non sfiducia"). nei mesi successivi l'inflazione arrivò a livelli particolarmente elevati (intorno al 20%), mentre la delusione per la tendenza del Pci ai compromessi favoriva il crescere di un forte movimento extraparlamentare (vedi Autonomia Operaia), anche con atti di violenza, e si preparava la crescita di organizzazioni come Brigate Rosse e Prima Linea, un fenomeno espresso nella denominazione di "anni di piombo".
Il Pci pretendeva a questo punto di poter concorrere alla definizione del programma di governo; una parte della Dc riteneva che fosse giunto il momento di elezioni anticipate, mentre Moro riteneva di poter concedere ai comunisti l'ingresso nella maggioranza parlamentare, senza però dare nulla in termini di definizione dell'organigramma ministeriale. La mattina del 16 marzo 1978, mentre si recava in parlamento per il voto di fiducia al nuovo Governo Andreotti IV (governo della "solidarietà nazionale"), Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse, che uccisero i 5 uomini della sua scorta. Seguirono 55 drammatici giorni in cui le Br tennero Moro prigioniero, divulgando una serie di lettere nelle quali il prigioniero sollecitava il suo partito ad accettare una trattativa, ma che furono giudicate come "estorte" e quindi da non considerarsi valide. Il 9 maggio Moro venne assassinato. Un mese dopo, un referendum sull'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti fu bocciato dagli elettori ma con una percentuale di "sì" superiore alle previsioni, segno di una crescita della sfiducia verso il sistema dei partiti. A luglio il Pci, cogliendo questi segnali (era stato battuto anche in svariate elezioni locali), dopo aver obbligato alle dimissioni il Presidente Leone, impose l'elezione del socialista Sandro Pertini, e nel gennaio 1979 uscì dalla maggioranza. venne quindi formato il Governo Andreotti V, creato appositamente per non ottenere la fiducia e andare a elezioni anticipate, nelle quali il Pci perse voti ma a vantaggio di altri partiti di sinistra, mentre la Dc rimase poco sopra il 38%.

[modifica] Dal pentapartito verso la fine

[modifica] VIII-Legislatura 1979-1983

La nuova legislatura cominciò con un nuovo centrosinistra (Governo Cossiga I: Dc, Psdi, Pli e appoggio esterno del Psi). Nel 1980 si tenne il XIV Congresso della Dc, in cui si formò una nuova maggioranza ostile a qualsiasi intesa con il Pci, che elesse nuovo segretario il doroteo Piccoli, battendo Zaccagnini sostenuto dalla sinistra (area Zac) e dagli andreottiani. Ad aprile il Psi entrò al governo (Governo Cossiga II), ma in seguito scoppiarono polemiche su una possibile protezione accordata da Cossiga a Marco Donat Cattin, esponente di Prima Linea e figlio del leader di "Forze Nuove"; il 2 agosto un terribile attentato (strage di Bologna) sconvolse l'opinione pubblica e a settembre Cossiga si dimise seguito dal Governo Forlani. Nel maggio 1981, il referendum abrogativo della legge sull'aborto fu vinto dal fronte laico ancora più nettamente di quello del 1974 sul divorzio.
Dopo questa sconfitta, Forlani si dimise, anche perché alcuni esponenti del governo erano stati coinvolti nel caso P2, mentre le Brigate Rosse continuavano a colpire. Per la prima volta da 36 anni la Dc accettò di lasciare la guida del governo a un laico, con il Governo Spadolini I. Espressione del possibile rinnovamento e modernizzazione della Dc apparve allora un esponente dell'"area Zac", Ciriaco De Mita, che appariva come un leader più energico e determinato rispetto agli altri democristiani, e che fu eletto segretario nel XV Congresso (maggio 1982), con il sostegno di alcuni settori della borghesia imprenditoriale[12]. Il governo cadde nell'estate 1982, per contrasti tra Dc e Psi, ma fu seguito dall'analogo Governo Spadolini II, durato solo per pochi mesi. Ancor meno durò il Governo Fanfani V, dopo il quale si andò a elezioni anticipate, nelle quali la Dc perse circa il 5% dei voti, a vantaggio degli altri partiti della coalizione di governo, e riducendo il proprio vantaggio sul Pci a soli 3 punti percentuali.

[modifica] IX Legislatura - Dal 1983 al 1987

La Dc lasciò la guida del governo al leader socialista Craxi (Governo Craxi I), il primo Presidente del Consiglio della Repubblica appartenente al Psi, mentre nella Dc si confrontavano la posizione di De Mita, più competitiva con i socialisti, e quella di Andreotti, più propenso alla collaborazione. Nonostante la sconfitta elettorale, De Mita vinse anche il XVI Congresso del partito (1984), ma con scarto ridotto a quanto pronosticabile (ufficialmente i capi corrente sostenevano tutti De Mita contro l'altro candidato, Vincenzo Scotti). Le elzioni europee del 1984 videro il sorpasso del Pci sulla Dc, sia pure per lo 0,3%, tuttavia il Psi appariva come il più deluso dall'esito elettorale. L'anno dopo, comunque, alle lezioni regionali, il Pci perse voti, mentre la Dc appariva in lieve recupero; il successivo referendum sul meccanismo della "scala mobile", fu vinto dallo schieramento governativo, apparendo più una vittoria di Craxi che della Dc.
Nel 1985 De Mita ottenne comunque un successo: la Presidenza della Repubblica per Cossiga, votato anche dal Pci, mentre il suo alleato-rivale Craxi ricava grande popolarità dall'atteggiamento di fermezza nel caso del sequestro della nave Achille Lauro. Nel 1986, la gestione De Mita inizia a essere contestata da una parte della borghesia che in teoria ne doveva essere la beneficiaria (inchieste su "il Giornale" di Montanelli). comunque, il segretario viene rieletto dal XVI Congresso, ma con un Consiglio nazionale a lui poco fedele, a parte l'area Zac. Intanto Craxi, più volte battuto dai "franchi tiratori" dc, si dimise, costringendo però Cossiga a rinominarlo (Governo Craxi II). Nel febbraio 1987 il governo entrò nuovamente in crisi, e il Governo Fanfani VI venne costituito al solo scopo di non ottenere la fiducia e andare così a elezioni anticipate, anche per allontanare l'effettuazione di alcuni referendum. Le elezioni confermarono le difficoltà della Dc (34%), ma al tempo stesso mostrarono la debolezza del Pci e la relativa forza di uno schieramento di sinistra moderata basato sul Psi (salito al 14%).

[modifica] X Legislatura - Dal 1987 al 1992

Poiché Craxi e De Mita si paralizzavano a vicenda, Cossiga affidò l'incarico di formare il governo a Giovanni Goria, esponente minore dell'area Zac, nel cui governo non comparvero esponenti del Veneto "bianco", proprio mentre stava prendendo piede il "leghismo". In autunno, si tennero con successo i vari referendum presentati da uno schieramento alleato al Psi (radicali e verdi). Mentre aumentava il debito pubblico, nell'aprile 1988 si insediava il Governo De Mita. De Mita iniziò a pensare a una nuova legge elettorale (premio di maggioranza alla coalizione vincente), con la consulenza di Roberto Ruffilli, il quale fu ucciso il 16 aprile da un commando delle Brigate Rosse; l'omicidio fu interpretato da "Up &Down", mensile dell'Ispes, come un segnale ostile al "cambiamento". Comunque, la maggioranza operò una modifica ai regolamenti parlamentari per ridurre il peso dei "franchi tiratori". Nel febbraio 1989 si tenne il XVIII Congresso della Dc, nel quale si formò una maggioranza ostile a De Mita (il "grande centro" e gli andreottiani), che elesse segretario Forlani; alcuni esponentio della Dc, peraltro, sostenevano l'irregolarità delle votazioni a livello di sezione. De Mita comunque continuò le sue polemiche contro Craxi e i repubblicani, ma a maggio fu costretto a dimettersi anche da Presidente del Consiglio. Venne formato il Governo Andreotti VI, sotto il quale peggiorarono le finanze pubbliche e si espanse il potere della mafia. Alle elezioni regionali del 1990 ottennero un grande successo le varie Leghe, mentre il democristiano Mario Segni si pose alla testa di un movimento che si proponeva di modificare le leggi elettorali per referendum. Di fronte a questi risultati il Presidente Cossiga iniziò a criticare l'immobilismo della Dc, con cui entrò in sempre più frequenti polemiche.
Nel 1991 si formò il Governo Andreotti VII. A giugno venne votato il referendum proposto da Segni (e avversato da Craxi), in seguito al quale Cossiga invitò il Parlamento a effettuare riforme istituzionali, senza che la proposta avesse seguito. Alle elezioni del 1992, la Dc scese al di sotto del 30% dei voti, persi soprattutto a vantaggio della Lega Nord.

[modifica] XI Legislatura - Dal 1992 al 1994

Dopo questa sconfitta elettorale, la Dc si impegnò nell'elezione del Presidente della Repubblica, essendosi Cossiga dimesso anticipatamente. Durante le votazioni, fu ucciso il noto magistrato Giovanni Falcone. Sostenendo che in tale grave condizione si dovesse votare un candidato "istituzionale" venne eletto il Presidente della Camera Scalfaro, un tempo appartenente alla destra democristiana di Scelba. Scoppiato il caso Tangentopoli, la Presidenza del Consiglio fu affidata ad Amato del Psi, sotto il quale proseguì la crisi economica, e la Dc subì un crollo nelle elezioni amministrative di autunno, dopo le quali fu eletto segretario Mino Martinazzoli. Con il Governo Ciampi, la crisi divenne irreversibile, ache per l'introduzione di una nuova legge elettorale.
Il 16 gennaio 1994, Martinazzoli annunciò lo scioglimento del partito e la sua trasformazione in Partito Popolare Italiano, mentre una minoranza di destra formò il Centro Cristiano Democratico

[modifica] Le correnti interne alla DC

[modifica] Le prime tendenze

[modifica] Lo strutturarsi delle correnti

Il 9 marzo 1959, la maggioranza della corrente, riunita presso il convento di S. Dorotea a Roma, mise in minoranza Fanfani, il quale fu costretto a dimettersi da segretario del partito e fondare una suo gruppo, Nuove Cronache. Dalle ceneri di Iniziativa nacque il gruppo dei dorotei, che ha guidato il partito nel corso degli anni '60 e nei primi anni '70 su posizioni moderate.

[modifica] L'ultimo Congresso Nazionale

Per approfondire, vedi la voce XVIII Congresso Democrazia Cristiana.

Nel 1989 si svolse all'Eur, a Roma, l'ultimo congresso DC che vide la sostituzione alla segreteria di Ciriaco De Mita con Arnaldo Forlani con l'85% dei voti, e la creazione di un nuovo Consiglio Nazionale di 180 membri (160 elettivi più 20 donne cooptate) ripartito in 5 correnti:

[modifica] Lo scioglimento del partito

Per approfondire, vedi la voce La fine dell'unità politica dei cattolici italiani.

Alle elezioni politiche del 1992 la DC raccolse il 29,7% (il suo minimo storico) e anche gli altri partiti del Pentapartito furono penalizzati. Nello stesso anno scoppiò lo scandalo di Tangentopoli e, dopo oltre cinquant'anni di attività, dopo la crisi dovuta all'inchiesta giudiziaria denominata Mani pulite, il 18 gennaio 1994 il partito (guidato da Mino Martinazzoli) deliberò il mutamento di nome riprendendo quello del partito fondato da Sturzo nel 1919: Partito Popolare Italiano (PPI).

All'interno del Ppi confluì dunque gran parte della tradizione politico-culturale della Democrazia cristiana. Il partito, mostrava ad esempio una chiara linea "di centro che guarda a sinistra" ed era sostanzialmente spaccato in tre correnti: una sinistra (Amintore Fanfani, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Beniamino Andreatta), un centro (Mino Martinazzoli, Pierluigi Castagnetti, Sergio Mattarella, Rosa Russo Iervolino, Giulio Andreotti) ed una destra (Rocco Buttiglione, Roberto Formigoni, Sergio D'Antoni, Emilio Colombo).

Circa dieci ore prima che si sciogliesse la Democrazia Cristiana, alcuni esponenti provenienti soprattutto dalla Destra forlaniano-dorotea, favorevoli all'entrata nella coalizione di centro-destra con Forza italia, Alleanza nazionale e Lega Nord, diedero invece vita al Centro Cristiano Democratico (CCD), guidato da Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella. Altra scissione dalla Democrazia cristiana fu provocata dalla frangia cattolico-sociale raccolta attorno ad Ermanno Gorrieri, che fondendosi con la pattuglia di socialisti-cristiani di Pierre Carniti, diede vita al Movimento Cristiano Sociali, che cofonderanno i Democratici di Sinistra nel 1998.

La DC si vide così divisa in tre tronconi: il PPI che mantenne la collocazione centrista, il CCD collocato nel centrodestra ed i CS posizionati a sinistra.

Mariotto Segni e Leoluca Orlando, deputati DC ed araldi di una moralizzazione del sistema politico, diedero invece vita rispettivamente a due movimenti politici: i Popolari per le Riforme, poi transitati in Alleanza Democratica ed evolutisi nel movimento centrista Patto Segni, e La Rete, movimento di centrosinistra.

Successivamente anche il PPI, in seguito alla necessità di schierarsi imposta dal nuovo sistema elettorale bipolare, finì col dividersi: Rocco Buttiglione, insieme con una buona parte dell'ala destra del Ppi, fondò il movimento dei Cristiani Democratici Uniti (CDU), a cui spettavano il simbolo della DC e il settimanale La Discussione; il resto del partito elesse invece quale leader Gerardo Bianco, che contava anche sul sostegno della maggioranza del consiglio nazionale, conservò invece il nome di Partito Popolare Italiano e il quotidiano Il Popolo. Finì così l'unità politica dei cattolici italiani.

[modifica] La diaspora democristiana

Finita l'esperienza politica della Democrazia Cristiana, del partito, cioè, che ha governato l'Italia per il maggior numero di anni, e terminate anche le esperienze dei partiti (PPI, CCD, CDU) che ne erano i più immediati eredi, l'attuale situazione politica italiana ha visto la costituzione di nuovi partiti politici che si richiamano in qualche modo all'eredità democristiana, ma che sono ormai frazionati tra i due schieramenti imposti dal bipolarismo.

In ordine di consensi genericamente ricevuti, ovvero dal più rappresentativo al meno rappresentativo, esistono:

Una consistente componente democristiana è presente anche in Forza Italia, che attualmente è il principale rappresentante italiano del PPE. Esistono, inoltre, altri movimenti minori che si richiamano all'esperienza della DC ma che non hanno visibilità sullo scenario politico parlamentare nazionale.

Sono anche nate, su iniziativa di ex-membri della DC, componenti stabili all'interno di altri partiti, come:

Sono inoltre presenti alcuni piccoli movimenti che rivendicano il nome o il simbolo in continuità con la DC storica: tra questi vi è stato dapprima il movimento Rinascita della Democrazia Cristiana successivamente suddivisosi in vari altri piccoli partiti (la Democrazia Cristiana - Scudo Crociato - Libertas, la Democrazia Cristiana - dc, il Partito Democratico Cristiano. Sono dunque numerosi i movimenti politici che portano il nome di Democrazia Cristiana.

Si sono costituiti altri piccoli movimenti che si ispirano all'eredità democristiana: l'Italia di mezzo di Marco Follini, ex segretario dell'UDC, che ha successivamente aderito al Partito Democratico, e Rifondazione DC di Publio Fiori, uscito da Alleanza Nazionale.

[modifica] Il disperdersi del patrimonio immobiliare

La Democrazia Cristiana negli anni di potere, aveva accumulato un ingente patrimonio immobiliare, compresi molti immobili adibiti agli usi delle sezioni.

Alla diaspora delle forze del partito, corrispose una caotica fase di lotte tra le diverse "anime" confluite in partiti diversi.

Il grosso del patrimonio immobiliare fu rilevato da un immobiliarista veronese [13] (lo stesso che acquisterà molti degli immobili della Federconsorzi) e che fu poi travolto da un fallimento. [14]

I passaggi successivi, molto oscuri, videro poi la proprietà trasferita nella ex-Jugoslavia.[15]

[modifica] Risultati elettorali

– Democrazia Cristiana alle Elezioni politiche
Elezione Parlamento Voti % Seggi
1946


1948


1953


1958


1963


1968


1972


1976


1979


1983


1987


1992
Costituente

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato
8.101.004

12.741.299
10.899.640

10.864.282
9.692.584

12.522.279
10.782.262

11.775.970
10.032.458

12.441.553
10.965.790

12.919.270
11.466.701

14.218.298
12.226.768

14.046.290
12.018.077

12.153.081
10.081.819

13.241.188
10.897.036

11.640.265
9.074.096
35,2

48,5
48,1

40,1
39,9

42,4
41,2

38,3
36,5

39,1
38,3

38,7
38,1

38,7
39,3

38,3
38,3

32,9
32,4

34,3
33,6

29,7
27,3
207

305
131

263
113

273
123

260
129

266
135

266
135

263
135

262
138

225
120

234
125

206
107


– Democrazia Cristiana alle Elezioni europee
Elezione Parlamento Voti % Seggi
1979

1984

1989
Parl. Europeo

Parl. Europeo

Parl. Europeo
12.753.708

11.570.973

11.460.702
36,4

33

32,9
29

26

26

[modifica] Segretari</