| Il buono, il brutto, il cattivo | |
Titoli di testa |
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| Lingua originale: | inglese |
| Paese: | Italia/Spagna |
| Anno: | 1966 |
| Durata: | 180' |
| Colore: | colore |
| Audio: | sonoro |
| Rapporto: | 2,35:1 |
| Genere: | western |
| Regia: | Sergio Leone |
| Soggetto: | Sergio Leone, Luciano Vincenzoni |
| Sceneggiatura: | Sergio Leone, Luciano Vincenzoni, Age & Scarpelli, Sergio Donati |
| Produttore: | Alberto Grimaldi |
| Casa di produzione: | PEA (Produzioni Europee Associate), Arturo González Producciones Cinematográficas, S.A, Constantin Film Produktion GmbH |
| Distribuzione (Italia): | PEA (Produzioni Europee Associate) |
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| Fotografia: | Tonino Delli Colli |
| Montaggio: | Eugenio Alabiso, Nino Baragli |
| Effetti speciali: | Eros Bacciucchi, Giovanni Corridori |
| Musiche: | Ennio Morricone |
| Scenografia: | Carlo Simi, Carlo Leva |
| Costumi: | Carlo Simi |
| Trucco: | Rino Carboni, Rino Todero (parrucchiere) |
| Si invita a seguire le linee guida del Progetto Film | |
| « Io dormirò tranquillo perché so che il mio peggior nemico veglia su di me. » | |
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(Joe "Il Biondo")
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Il buono, il brutto, il cattivo, diretto da Sergio Leone nel 1966, è uno dei più celebri film western della storia del cinema, ed è considerato la quintessenza del fortunato genere spaghetti-western.[1]
Per completare la trilogia del dollaro e per sfuggire ancora una volta al rischio della ripetizione, Sergio Leone aumenta il numero dei protagonisti da due a tre. Come Clint Eastwood aveva ceduto il passo a Lee Van Cleef in Per qualche dollaro in più, Eastwood e Van Cleef devono cederlo a Eli Wallach ne Il buono, il brutto, il cattivo.
Un'altra novità è l'irruzione massiccia della storia ufficiale, sotto forma di guerra di secessione americana. Ma è ancora più singolare la collocazione del film all'interno della trilogia. L'autore sembra voler suggerire un andamento ciclico che potrebbe non aver mai fine: se nei primi due film si poteva intuire la guerra già conclusa, qui si trova in atto. Più che di un'ultima parte, insomma, si tratterebbe di un antefatto. A conferma di ciò, il personaggio di Clint Eastwood (la costante che lega i tre film) non si presenta con il consueto abbigliamento: invece del poncho, indossa un lungo soprabito. Alla fine, disfattosi del soprabito, "trova" un poncho, il suo poncho, e lo indossa giusto in tempo per il duello conclusivo, tornando ad essere anche esteriormente il personaggio di sempre.[2] La questione dell'antefatto non va presa però alla lettera: sarebbe strano, infatti, che Eastwood lasciasse Il buono, il brutto, il cattivo con 100 mila dollari in tasca per arrivare a San Miguel a cavallo di un mulo, povero in canna e pronto a vendersi «per un pugno di dollari». Da non dimenticare, poi, che in Per qualche dollaro in più, il personaggio di Eastwood (Il Monco) pronuncia la battuta: "Intasco i dollari della taglia, mi compro un buon ranch e mi ritiro".
Indice |
Il film racconta la storia di tre pistoleri che durante la Guerra di secessione americana sono all'inseguimento di un carico d'oro scomparso. Il primo ad esserci presentato è Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez (Il Brutto) - chiamato semplicemente Tuco - (Eli Wallach), un criminale con una taglia sulla testa pluri-ricercato per numerosi reati commessi. Tuco ha una società con "il Biondo" (Il Buono, interpretato da Clint Eastwood): Il Biondo finge di arrestare Tuco, incassando i soldi della taglia, e successivamente lo salva, sparando sulla corda del cappio. I due in seguito dividono il bottino spostandosi di contea in contea. Contemporaneamente, vi è un terzo personaggio chiamato "Sentenza" (Il Cattivo, interpretato da Lee Van Cleef), un killer spietato, che viene a sapere dell’esistenza di una cassa di oro Confederato nascosta da un soldato di nome Bill Carson. Inizia dunque a cercare informazioni sull'oro.
In seguito a una discussione il Biondo scioglie la società, lasciando il sodale da solo nel deserto. Tuco, però, riesce a sopravvivere e dopo 70 miglia arriva stremato in un paese con propositi di vendetta. Ben presto trova il Biondo e inverte i ruoli, costringendo l'ex compagno a seguirlo a piedi nel deserto. A un certo punto però, i due incontrano una diligenza piena di soldati Confederati morti o in fin di vita: tra questi vi è Bill Carson, l'uomo ricercato da Sentenza. Egli rivela a Tuco il nome del cimitero dove è situato l'oro, ma richiede dell'acqua in cambio del nome della tomba. Mentre Tuco va a prendere da bere, Carson muore, non prima di aver rivelato il nome della tomba al Biondo che, in questo modo, diventa di vitale importanza per il Brutto che si trova costretto a evitare di ucciderlo e a curarlo per avere il nome della tomba.
Travestiti da soldati confederati, Tuco porta il Biondo, quasi morente, in una missione cattolica gestita da suo fratello, un prete. Mentre il Biondo si rimette in sesto, Tuco e suo fratello Pablo (Luigi Pistilli) hanno una discussione e ognuno rinfaccia all'altro gli errori della propria vita. Dopo aver lasciato la missione, i due, ancora vestiti da soldati Confederati, scorgono all'orizzonte un gruppo di soldati molto distanti da loro. Tuco, notando le uniformi grige, pensa che essi siano dei soldati Confederati, quindi li chiama a gran voce. Quando questi si avvicinano, il loro capo si pulisce l'uniforme, rivelando il colore blu dei soldati dell'Unione. Tuco e il Biondo vengono dunque catturati e portati in un campo di prigionia nordista.
Sentenza intanto ha seguito le tracce di Bill Carson fino al campo di prigionia ed è ora in forza all'Unione come sergente. Con l’aiuto del caporale Wallace tortura Tuco finché non scopre il nome del cimitero. Quando però viene a sapere che solo il Biondo conosce il nome della tomba, cambia tattica. Lo convoca e gli propone un'alleanza: accompagnati da altri 5-6 pistoleri, i due lasciano il campo alla ricerca dell'oro. Intanto Tuco, in manette, viene trasportato su un treno assieme ad altri prigionieri di guerra Sudisti ma riesce a fuggire, uccidendo il caporale Wallace. Nel paese più vicino, devastato dal fuoco incrociato dei cannoni dei due eserciti, Tuco incontra un cacciatore di taglie (Al Mulock) che aveva ferito all'inizio del film, il quale cerca vendetta. Appena Tuco spara al cacciatore di taglie, il Biondo, che era arrivato nello stesso paese in compagnia di Sentenza, riconosce il suono della pistola e lo va a cercare. Trovatolo, rifonda la società per uccidere Sentenza. I due riescono a far fuori gli scagnozzi ma il capo riesce a scappare.
Tuco e il Biondo, nel viaggio verso il cimitero, assistono a una battaglia tra l'Unione e i Confederati, che si stavano contendendo un ponte di gran valore strategico. Catturati stavolta dall'esercito Nordista, decidono di arruolarsi dopo aver parlato con il capitano comandante della compagnia. Quest'ultimo, palesemente ubriaco, rivela ai due un suo personale piano per far cessare l'inutile massacro di entrambi gli schieramenti: solo distruggendo l'oggetto della contesa, il ponte appunto, si porrebbe fine alla carneficina e il momento migliore è durante la tregua per raccogliere i feriti tra un assalto e l'altro. Poiché il cimitero è dall'altra parte del ponte, i due decidono di farlo esplodere per indurre i soldati ad andarsene. Mentre stanno caricando gli esplosivi, decidono di giocare a carte scoperte: Tuco rivela che il cimitero si chiama Sad Hill mentre il Biondo dice che l'oro è sotterrato nella tomba di Arch Stanton.
Dopo aver fatto esplodere il ponte, i due eserciti come previsto si ritirano e i due soci arrivano finalmente sull'altra riva del fiume: procedono dunque sulla loro strada fino ad arrivare nei pressi del cimitero. Mentre il Biondo si distrae vicino alle rovine di una chiesa, dove assiste in silenzio agli ultimi istanti di vita di un giovane soldato gravemente ferito, Tuco ne approfitta e si mette in sella a un cavallo e scappa, entrando finalmente nel cimitero.
Una volta scovata la tomba, inizia a scavare furiosamente: prima che possa trovare qualcosa, viene raggiunto dal Biondo, che gli punta una pistola e gli intima di scavare con una pala. Arriva a questo punto Sentenza, che ordina al Biondo di scavare anch'egli; quest'ultimo però rivela che l'oro non è sotterrato lì, e che quella tomba contiene solo ossa.
Il Biondo quindi scrive su una pietra il nome della vera tomba dove è sotterrato l'oro; i tre si spostano in un largo spiazzo al centro del cimitero per dar vita al triello che concluderà il film. Al termine dello scontro il Biondo colpisce a morte Sentenza, mentre Tuco scopre di avere la pistola scarica: il Biondo infatti lo schernisce affermando di avergliela scaricata la notte prima. La pietra era inoltre senza scritta, in quanto la tomba in questione era quella di uno "sconosciuto" accanto a quella di Stanton. Tuco viene costretto a scavare e non appena trova il denaro, si ritrova una pistola puntata contro: il Biondo lo costringe a mettere il collo in un cappio, con i piedi sulla croce della tomba. Si prende dunque la sua metà di oro e cavalca lontano, mentre Tuco grida aiuto. Da una distanza notevole, spara un colpo sulla corda del cappio, come faceva ai vecchi tempi, salvando l'ex compagno. Il Biondo dunque corre via con la sua metà dell'oro, lasciandosi dietro Tuco che inveisce contro di lui.
Dopo il successo di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, i dirigenti della United Artists contattarono lo sceneggiatore dei film Luciano Vincenzoni per acquistare i diritti dei precedenti capolavori e del prossimo western. Lui, il produttore Alberto Grimaldi e Sergio Leone non avevano un progetto, difatti Leone non aveva intenzione di fare un altro western; anche attirato dall'enorme somma di denaro (che gli permetteva di vivere di rendita per il resto della vita) accettò la proposta, senza alcuna idea in lavorazione. Per sua fortuna, Vincenzoni propose l'idea di un "film su tre manigoldi che cercano dei tesori al tempo della Guerra Civile americana."[3] Lo studio accettò, ma voleva sapere il costo del film: Vincenzoni e Grimaldi trovarono un accordo con l'United Artists per 1 milione di dollari di budget, più il 50% degli incassi dei botteghini al di fuori dell'Italia. Il budget totale sarà all'incirca di 1,3 milioni di dollari, una cifra stratosferica se si pensa alle precarie condizioni che Leone aveva affrontato solo due anni prima.[2][3]
Vi sono tre diverse versioni dei fatti, Luciano Vincenzoni racconta così l'evento:
| « Telefonai a Parigi, al vicepresidente della United Artists, il mio amico Ilya Lopert, che venne a Roma con tutto lo staff. Li portai al Supercinema, fortunatamente era un giorno in cui avevano rotto la cassa. C'erano tremila persone. Videro il film in un tripudio di risate e di applausi e vollero andare subito al Grand Hotel a firmare il contratto. Pagarono come minimo garantito una cifra che era tre volte superiore alle più rosee previsioni del produttore. Come usano gli americani, la prima cosa che dissero quando firmarono il contratto fu: "Adesso crosscollateralizziamo, compensiamo profitti e perdite con il prossimo film; qual è il prossimo?" Non avevamo un progetto. Col tacito assenso di Leone e Grimaldi, cominciai a inventare. "Un film su tre mascalzoni che corrono dietro a un tesoro attraversando la guerra civile, un po' nello spirito della Grande Guerra, che voi avete distribuito in America". E quelli subito: "Lo compriamo: quanto costa?", senza che ci fosse un soggetto scritto, solo sulle parole. Io quindi mi rivolsi a Leone e chiesi: "Quanto?". Leone disse: "Cosa, quanto?". Gli dissi: "Il film che gli ho appena venduto". Onestamente, era un miracolo, senza una storia, solo facendo un po' di scena. Grimaldi e Leone mi chiesero: "Cosa gli hai detto?". Io dissi: "Una storia sulla guerra civile con tre attori; ditemi la cifra". Grimaldi disse: "Beh, che ne dici di ottocentomila dollari?". Io risposi: "Facciamo un milione". Mi volsi verso Lopert e dissi: "Un milione di dollari". Lui mi rispose: "Affare fatto".[4][5] » |
Secondo quanto ricorda Sergio Donati, però, le trattative con la United Artists furono diverse:
| « Grimaldi era pronto a vendere i diritti di Per qualche dollaro in più negli Stati Uniti e in Canada. E esattamente in quello stesso periodo Luciano Vincenzoni collaborava con Ilya Lopert ed era un ottimo amico di Arnold e David Picker della United Artists. Erano a Roma. Lui convinse Lopert a portare quelli della UA a una grande proiezione di Per qualche dollaro in più...e Luciano riuscì davvero a vendere il film alla United Artists e ci guadagnò il 10 per cento di tutti i profitti e anche una percentuale su quello successivo, Il buono, il brutto, il cattivo".[3] » |
La versione dei fatti di Sergio Leone è diversa, egli infatti ritiene che l'idea di fondo del film sia unicamente sua, facendo notare che il film era stato concepito come il naturale prosieguo dei due precedenti western:
| « Non sentivo più tutta quella pressione per offrire al pubblico un diverso tipo di film. Ora potevo fare esattamente il film che volevo...fu mentre riflettevo sulla storia di Per qualche dollaro in più, e su ciò che la faceva funzionare, sulle diverse motivazioni di Van Cleef e di Eastwood, che trovai il nucleo del terzo film... Da sempre pensavo che il buono, il cattivo e il violento non esistessero in senso assoluto e totalizzante. Mi sembrava interessante demistificare questi aggettivi nell'ambientazione di un western. Un assassino può fare mostra di un sublime altruismo, mentre un buono è capace di uccidere con assoluta indifferenza. Una persona in apparenza bruttissima, quando la conosciamo meglio, può rivelarsi più valida di quanto sembra - e capace di tenerezza... Incisa nella memoria avevo una vecchia canzone romana, una canzone che mi sembrava piena di buon senso comune: È morto un cardinale che ha fatto bene e male. Il mal l'ha fatto bene e il ben l'ha fatto male. In sostanza era questa la morale che mi interessava mettere nel film".[6][7] » |
Mentre Sergio Leone sviluppava tutte le sue idee in una sceneggiatura vera e propria, Vincenzoni raccomandò di lavorare con un team di scrittura sceneggiati composto da Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, amministrati dallo stesso Leone e da Sergio Donati. Leone, a questo proposito, disse: "Il contributo dei due sceneggiatori era un disastro. Erano battute e nient'altro. Non potei usare nemmeno una delle cose scritte da loro. Fu la peggiore delusione della mia vita. Mi toccò riprendere in mano il copione con alcuni negri (si riferisce a Sergio Donati)".[3] Donati concorda, aggiungendo: "Nella versione finale del copione non è rimasto praticamente nulla che abbiano scritto loro. Avevano scritto solo la prima parte. Una riga appena. Erano lontanissimi dallo stile di Leone. Da parte sua, quella di tirarli dentro era stata una scelta tipica. Aveva bisogno di provare qualcosa di nuovo. E fu una sofferenza. Più che un western, Age e Scarpelli avevano scritto una specie di commedia ambientata nel West."[3] Lo stesso Furio Scarpelli descrisse come fatale il suo incontro con Leone: "Nella nostra professione dobbiamo avere una certa curiosità ed essere attenti ai film degli altri - come funzionano, che cosa vi accade. Era il momento dei due western di Sergio Leone. In tutta la gente di cinema esiste una passione segreta e infantile per il western, quindi accettammo di collaborare a questo film...da sempre lui voleva rifare La Grande Guerra in versione western. Ma l'incontro con lui si rivelò fatale."[8][9] Vincenzoni dichiarò di aver scritto la sceneggiatura in undici giorni,[10][5] ma ben presto lasciò il progetto in quanto i rapporti con Leone andavano deteriorandosi: si dedicò dunque a due western con registi diversi, Il mercenario (1968) di Sergio Corbucci e Da uomo a uomo (1967) di Giulio Petroni.[8] I tre personaggi principali contengono tutti elementi autobiografici del regista. In un'intervista, disse:
| « Nel mio mondo, sono gli anarchici i personaggi più veri. Li conosco meglio perché le mie idee sono più vicine alle loro. Io sono fatto di tutti e tre. Sentenza non ha anima, è un professionista nel più banale senso del termine. Come un robot. Non è questo il caso degli altri due personaggi. Considerando il lato metodico e cauto del mio carattere, sono simile al Biondo: ma la mia profonda simpatia andrà sempre dalla parte di Tuco...sa essere toccante con tutta quella tenerezza e umanità ferita. Ma Tuco è anche una creatura tutto istinto, un bastardo, un vagabondo.[3] » |
Il film dunque si basava su tre ruoli, arlecchino, picaro e cattivo. Eastwood osservò al riguardo: "Nel primo film ero solo, nel secondo eravamo in due, qui siamo in tre. Nel prossimo mi ritroverò in mezzo a un intero distaccamento di cavalleria."[3]
Leone fu molto attratto dalle idee che scaturivano nella realizzazione del film:
| « Ciò che mi interessava era da un lato demistificare gli aggettivi, dall'altra mostrare l'assurdità della guerra...la Guerra Civile nella quale i personaggi si imbattono, dal mio punto di vista, è inutile, stupida: non è portata avanti per una giusta causa. La frase chiave del film è quella di un personaggio (il Biondo) che commenta la battaglia del ponte: "Mai visto morire tanta gente...tanto male". Faccio vedere un campo di concentramento nordista...ma in parte stavo pensando ai campi nazisti, con le loro orchestre di ebrei.[6][7][11] » |
Egli raccontò inoltre una vecchia storia a proposito della guerra: "Volevo mostrare l'imbecillità umana in un film picaresco insieme alla realtà della guerra. Lessi da qualche parte che 120.000 persone morirono nei campi sudisti come Andersonville, ma da nessuna parte venivano citati gli stermini dei campi di prigionia nordisti. Si sente sempre parlare del comportamento vergognoso dei perdenti, mai dei vincitori. Così decisi di mostrare lo sterminio in un campo nordista. Agli americani questo non piacque...la guerra civile americana è un soggetto quasi tabù, perché la sua realtà è folle e incredibile. Ma la vera storia degli Stati Uniti è stata costruita su una violenza che né la letteratura né il cinema avevano mai mostrato come si deve. Personalmente tendo sempre a contrastare la versione ufficiale degli eventi - senza dubbio questo si deve al fatto che sono cresciuto sotto il fascismo. Ho visto in prima persona come si possa manipolare la storia, per cui metto sempre in dubbio quello che viene divulgato. Per me è diventato un riflesso incondizionato."[3] Il campo di prigionia dove vengono portati il Biondo e Tuco è basato proprio sui bassorilievi d'acciaio di Andersonville realizzati nell'agosto del 1864, quando erano presenti circa 35.000 prigionieri.[2] In aggiunta a ciò, alcune scene esterne del film furono influenzate dall'archivio fotografico di Mathew B. Brady.[3] Van Cleef ricordò, a questo proposito: "Il campo di prigionia che Sergio aveva costruito non era niente di che - solo poche case e un sacco di steccati. Ed era sovraffollato, ma ti dava l'impressione che durante la guerra civile dovesse essere proprio così. Era come alcune immagini che avevo visto di Andersonville...proprio come una fotografia di Brady."[3]
Riguardo l'ambientazione del film, Sergio Leone disse:
| « Gli autori americani dipendono troppo da altri sceneggiatori e non approfondiscono a sufficienza la loro stessa storia. Nel preparare Il buono, il brutto, il cattivo scoprii che durante la guerra civile, in Texas c'era stata una sola battaglia, il cui vero obiettivo era la proprietà delle miniere d'oro del Texas. Lo scopo della battaglia era di impedire al Nord (o al Sud) di mettere per primo le mani sull'oro. Così, mentre ero a Washington, cercai di trovare ulteriore documentazione su questo avvenimento. Il bibliotecario, lì alla Biblioteca del Congresso, la più grossa biblioteca del mondo, mi disse: "Credo che si sbagli. Il Texas, dice, signore? Deve esserci un errore. In America nessuno ha mai combattuto una battaglia per le miniere d'oro, e in ogni caso la guerra civile non è mai arrivata al Texas. Torni fra due o tre giorni e le farò qualche controllo. Ma sono sicurissimo che si sbaglia". Beh, ritornai dopo due o tre giorni, e questo tizio mi guardò come se avesse visto un fantasma. "Ho qui otto libri", disse, "e tutti fanno riferimento a questo particolare avvenimento. Come diavolo faceva lei a saperlo? Lei legge solo l'italiano, perciò come ha fatto a scoprirlo? Adesso capisco perché voi italiani fate film così straordinari. Sono vent'anni che sono qui, e non c'è stato un solo regista americano che si sia mai preoccupato di venire a informarsi sulla storia del West". Beh, adesso ho anch'io una biblioteca enorme - a Washington, per otto dollari, ti fotocopiano un libro intero![3] » |
Il regista non esitò a inserire elementi personali a proposito della guerra: la percezione del Biondo e di Tuco riguardo alla guerra è la stessa percezione del regista, e gli sguardi dei due protagonisti nel campo di battaglia sintetizzano ciò che il regista voleva trasmettere. Inoltre, tramite degli espedienti evidenzia i contrasti nelle scene di guerra, criticando e al tempo stesso satirizzando la Guerra Civile: Tuco e il Biondo sono infatti gli unici che non indossano abiti militari e che nel marasma generale della guerra dimostrano un'umanità tale da far vacillare i propri personaggi.
Il titolo iniziale del film era "I due magnifici straccioni" ma fu cambiato appena prima di iniziare a girare il film, quando Vincenzoni ebbe in sogno il titolo "Il buono, il brutto, il cattivo", che piacque subito a Leone.[3]
Il Buono, l'Uomo senza nome, un flemmatico, arrogante cacciatore di taglie che compete con Tuco e Sentenza alla ricerca dell'oro sotterrato nel bel mezzo della guerra civile americana. Il Biondo e Tuco hanno una relazione di odio-amore. Tuco conosce il nome del cimitero dove è nascosto l'oro, ma il Biondo conosce il nome della tomba dove è sotterrato. Ciò li costringe a lavorare insieme aiutandosi a vicenda. Nonostante questa avida ricerca, la pietà del Biondo verso i soldati morti nella caotica carneficina della guerra è evidente. "Non ho mai visto tanta gente morire tanto male" afferma. Clint Eastwood incarna quello che è forse il personaggio maggiormente riuscito di Sergio Leone: alto, laconico, un micidiale pistolero curato nei minimi dettagli. Molto importante è inoltre la presenza del sigaro, uno dei simboli di questo film: Clint Eastwood ne ha in bocca uno praticamente sempre e lo accende ripetutamente; in aggiunta a ciò, per diverse volte esso diventa parte integrante della scena (l'inseguimento con i sigari sempre più freschi, l'accensione del cannone e dell'esplosivo, etc...).
L'espressione cupa e sempre pensierosa, gli occhi socchiusi rendono "il Biondo" lo stereotipo ideale del cattivo. Ma Leone stupisce tutti introducendo un personaggio a metà tra il classico bounty killer e il bandito, arrivando forse dove neanche i registi americani erano riusciti ad arrivare. Non solo, dimostra di aver interiorizzato i grandi classici come le tragedie greche e le opere di Shakespeare, inoltre per sua stessa ammissione il personaggio di Clint Eastwood risente molto dello stile di grandi autori latini come Plauto e Terenzio.[12] Sergio Donati disse di lui:
| « Dei tre, Clint Eastwood è senz'altro quello che più somiglia ai propri personaggi: chiuso, taciturno, ironico. Diventa umano solo davanti a un piatto di spaghetti: eccetto Bud Spencer non ho più visto un altro attore capace come lui di farsene regolarmente tre doppie porzioni. Ma lui non ingrassa, maledetto.[13] » |
Rawhide si concluse nel 1965 e a questo punto nessuno dei film italiani di Clint Eastwood è uscito in America. Quando Leone gli offrì un ruolo nel suo prossimo film, quella era l'unica offerta che l'attore aveva ricevuto, ma lui non era ancora convinto: riteneva infatti che il ruolo di Tuco fosse più importante del suo, e quindi voleva ridimensionarlo.[3] Leone cercò di convincerlo: "Ci mancò poco che non facesse la parte del Biondo. Dopo aver letto il copione... trovò in effetti che il ruolo di Tuco fosse troppo importante, che fosse il migliore dei due ruoli. Tentai dunque di ragionarci: "Il film è più lungo degli altri due. Non puoi essere tutto solo. Tuco è necessario per la storia, e resterà come ho voluto che fosse. Devi capire che è il comprimario...e il momento in cui appari tu, è la star che fa la sua apparizione."[3] Eastwood però non fu convinto, dunque Leone, insieme con la moglie, dovette andare in California per tentare una mediazione. La moglie del regista, Carla, ricorda perfettamente: "Clint Eastwood con sua moglie Maggie venne al nostro albergo...io spiegai che il fatto che avesse al suo fianco altri due grandi attori non avrebbe potuto che rafforzare la sua statura. A volte anche una grande star che interpreta un ruolo più piccolo insieme ad altri grandi attori può trarre vantaggio dalla situazione. A volte fare un passo indietro voleva dire farne due avanti."[3] Mentre le due mogli parlavano, Eastwood e Leone si scontrarono duramente, e il loro rapportò iniziò a incrinarsi. Leone disse: "Se interpreta la parte ne sarò felicissimo. Ma se non lo fa - beh, visto che sono stato io a inventarlo, domani dovrò inventarne un altro come lui."[3] Dopo due giorni di trattative l'attore accettò di fare il film e volle essere pagato 250.000 $ più il 10% dei profitti dei botteghini in tutti i territori occidentali,[10] un accordo che non trovò contento Leone.
Nel film il personaggio di Clint Eastwood viene chiamato con il suo soprannome, il Biondo, in quanto nessuno conosce il suo vero nome. Inoltre quando il capitano Clinton chiede a Tuco e al Biondo come si chiamassero, il Biondo rimane in silenzio, senza rispondere, per rimanere fedele al ruolo di Uomo senza nome. Nella sceneggiatura del film, comunque, ci si riferisce a lui con il nome di Joe.
Il Brutto, Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, un comico, goffo, loquace bandito ricercato dalle autorità. Tuco riesce a scoprire il nome del cimitero dove è sepolto l'oro, ma non conosce il nome della tomba: solo il Biondo lo sa. Questo stato di cose obbliga i due a diventare compagni di viaggio. Leone, a proposito della scelta di Wallach, disse: "Tuco rappresenta, come più tardi Cheyenne, tutte le contraddizioni dell'America, e in parte anche le mie. Avrebbe voluto interpretarlo Gian Maria Volontè, ma non mi sembrava una scelta giusta. Sarebbe diventato un personaggio nevrotico, e io invece avevo bisogno di un attore dal naturale talento comico. Così scelsi Eli Wallach, di solito impegnato in parti drammatiche. Wallach aveva in sè qualcosa di chapliniano, qualcosa che evidentemente molti non hanno mai capito. E per Tuco fu perfetto."[8] Alla fine, dunque, Leone scelse Eli Wallach basandosi sul suo ruolo nel film La conquista del West (1962). In particolare, Leone fu molto colpito dall'interpretazione nella famosa The Railroads scene.[3] Il regista a questo proposito dirà a Oreste De Fornari, nella sua biografia: "Eli Wallach l'ho preso per un gesto che fa nella Conquista del West, quando scende dal treno e parla con Peppard. Vede il bambino, figlio di Peppard, si volta di scatto e gli spara con le dita facendogli una pernacchia. Da quello ho capito che era un attore comico di estrazione chapliniana, un ebreo napoletano: si poteva fare tutto con lui. Infatti ci siamo molto divertiti a stare insieme."[14] I due si incontrarono a Los Angeles, ma l'attore fu scettico a interpretare di nuovo quel tipo di personaggio: dopo però che gli fu mostrata la sequenza di apertura di Per qualche dollaro in più, disse: "Per quando mi vuoi?"[3] I due andarono d'amore e d'accordo, condividendo lo stesso bizzarro senso dell'umorismo. Leone permise a Wallach di effettuare dei cambi al suo personaggio in termini di messa in scena e riguardo le sue gestualità ricorrenti; l'abbigliamento di Tuco è stato infatti scelto da Wallach stesso.[3] Fu l'attore, inoltre, a proporre il ricorrente segno della croce del personaggio Tuco.[3][8] Eli Wallach ricorda con poche parole il suo lavoro con Van Cleef: "Il ricordo principale del mio lavoro con Van Cleef è che era da poco divenuto l'orgoglioso possessore di una Mercedes nuova."[3] Di tutt'altra entità è stato invece il rapporto con Eastwood: "Ero molto grato a Clint, tirò fuori idee e particolari che resero il mio personaggio ancora migliore...sul set non parlava granché, ma era un osservatore molto acuto. Disse che questo era il suo terzo film in Italia e che sarebbe tornato negli Stati Uniti per mettere a fuoco la sua carriera lì, e fece proprio così."[3] Sia Eastwood che Van Cleef capirono che il personaggio di Tuco stava molto a cuore al regista, difatti Leone e Wallach divennero ottimi amici anche al di fuori del set. Van Cleef osservò:
| « Tuco è l'unico dei tre del quale il pubblico conosce il retroscena. Incontriamo suo fratello, capiamo da dove viene e perché è diventato un bandito. Ma il personaggio di Clint e il mio rimangono misteriosi...era chiaro che il pubblico avrebbe preferito il personaggio di Wallach.[3] » |
Il Cattivo, uno spietato insensibile mercenario chiamato "Sentenza" che uccide chiunque incontri sulla sua strada. Quando il Biondo e Tuco vengono catturati mentre erano camuffati da soldati Confederati, Sentenza è il Sergente dell'Unione che li interroga e che tortura Tuco, scoprendo il nome del cimitero dove è sepolto l'oro, ma non la tomba. Egli forma dunque una fugace alleanza con il Biondo, ma i due ex compagni si coalizzano contro di lui appena possono. Originariamente Leone volle Charles Bronson per interpretare Sentenza, ma egli stava già interpretando Quella sporca dozzina (1967)[2]. Leone pensò quindi di lavorare con Lee Van Cleef di nuovo:
| « Sapevo che Van Cleef aveva già interpretato un ruolo romantico in Per qualche dollaro in più. L'idea di fargli interpretare un personaggio che fosse l'opposto di quello mi intrigava.[3] » |
Lee Van Cleef ricordava: "Sul primo film non potevo trattare, visto che non riuscivo nemmeno a pagare il conto del telefono. Feci il film, pagai il conto del telefono ed esattamente un anno dopo, il 12 aprile del 1966, fui chiamato di nuovo per fare Il buono, il brutto, il cattivo. E insieme a questo, feci anche La resa dei conti. Ma ora, invece di fare seventeen thousand dollars, ne stavo facendo a hundred e qualcosa, merito di Leone, non mio."[8] L'attore aveva una strana paura per i cavalli, e chiaramente non sapeva montare. Donati disse: "Gli dettero un morellino docile e ammaestrato come una bestia da circo (se ci fate caso, in altre scene lo monta anche Wallach, altro stracittadino negato per la sella). Ma per farlo salire in groppa ci voleva una sedia (giuro) e un uomo che reggesse l'animale. E dopo anche scendere, ovviamente, era analoga tragedia."[13]
Lee Van Cleef inoltre, pur interpretando il cattivo nella maggioranza dei suoi film, era un uomo molto mite, che contrastava nettamente con i suoi personaggi. Anche qui si nota la bravura dell'attore a impersonare così bene dei ruoli così diversi dalla sua personalità. Donati ancora rivela un aneddoto: "Ne Il buono, il brutto, il cattivo doveva prendere a schiaffi una prostituta che conosceva Bill Carson, e non riusciva neanche a far finta. L'attrice, che era Rada Rassimov, gli diceva «Ma dai, non ti preoccupare anche se ti scappa una sberla vera, non m'importa, picchiami...» Lui spiegava arrossendo che proprio non gli riusciva di alzare le mani su una donna, era più forte di lui."[13] Anche in questo film Lee Van Cleef indossa lenti a contatto colorate: difatti dalla nascita ha un occhio di colore verde e l'altro di colore blu: questa caratteristica veniva camuffata in tutti i suoi film, ma ne Il buono, il brutto, il cattivo è possibile notare la sfumatura di colore diversa grazie ai frequenti primi piani a opera di Leone.[15] A Van Cleef inoltre, come si può notare in alcuni close up della mano destra nella scena del triello, manca la falangetta del dito medio della mano destra.
Il film fu realizzato con l'approvazione del regime franchista e l'assistenza tecnica dell'esercito spagnolo. Il cast includeva inoltre 1500 soldati locali.[2] Nel 1973 Eastwood ricordava:
| « In Spagna non gliene importa nulla di ciò che fai. Gli importerebbe se stessi facendo una storia sugli Spagnoli o sulla Spagna. In quel caso ti starebbero col fiato sul collo, ma era curioso il fatto che a loro non importava che tu stessi facendo un western che dovrebbe essere ambientato a ovest del Mississippi o in Messico, o meglio, non meno di quanto gli importasse la storia del film.[3] » |
Sul set del film Leone viene affiancato da un giovane Giancarlo Santi, che ricoprirà il ruolo di aiuto regista. Santi, intervistato al Festival di Torella dei Lombardi nel 2006, disse:
| « Sergio voleva conoscermi e aveva i pezzi della pellicola di Per qualche dollaro in più quando l'ho incontrato in moviola. Abbiamo simpatizzato subito, mi ha chiamato per il progetto e scaraventato in Spagna dal marzo all'agosto '66, il periodo più bello della mia vita. Il buono, il brutto, il cattivo si lasciò alle spalle le storie limitate dei primi due western, aveva maggior respiro epico, etico e storico. Imparai anche come si gestisce un budget, perché Leone era un grande imprenditore.[8] » |
Per la prima volta Tonino delli Colli fu il direttore della fotografia di un film di Sergio Leone. A proposito della loro collaborazione, delli Colli disse: "C'è stato un punto di partenza, un principio estetico: in un western non si possono mettere tanti colori. Abbiamo tenuto le tinte smorzate: nero, marrone, bianco corda, dato che le costruzioni erano in legno e che i colori del paesaggio erano piuttosto vivi.[8] Eli Wallach ricorda che Leone si ispirava, riguardo la luce e le ombre, a Vermeer e Rembrandt.[8]
Mentre le riprese del film procedevano senza particolari intoppi, la notizia che il nuovo western di Sergio Leone era in produzione fece subito il giro del mondo. Il regista però si poneva in netto contrasto rispetto alle regolette della coproduzione fra Italia e Spagna del film, e si schierò apertamente contro di esse durante un'intervista per Il Messaggero datata 24 maggio 1966. Leone disse: "Sì, adesso posso fare quello che voglio. Ho firmato un contratto favoloso con la United Artists. Sono padrone di scegliere quello che voglio, soggetti, attori, tutto. Mi danno quello che voglio, mi danno. Solamente i signori burocrati del cinema italiano cercano di mettermi i bastoni fra le ruote. Loro fanno i film a tavolino col bilancino del farmacista. Quattro attori e mezzo italiani, due virgola cinque spagnoli, uno americano. No, gli ho detto, voi i film me li dovete far fare come voglio io, oppure me ne vado in America o in Francia, dove mi aspettano a braccia aperte!"[8]
Durante le riprese del film, comunque, vi furono diversi episodi di rilievo; Wallach fu quasi avvelenato quando accidentalmente bevve da una bottiglia di acido lasciata da un tecnico vicino alla sua bottiglia di soda: egli menzionò questo fatto nella sua autobiografia e si lamentò affermando che nonostante Leone fosse un brillante regista, era completamente noncurante sulle misure di sicurezza degli attori durante le scene pericolose.[16] L'attore fu in pericolo in un'altra scena, nella quale stava per essere impiccato dopo che fu sparato un colpo di pistola e il cavallo sotto di lui stava per scappare dalla paura. Mentre la corda intorno al collo di Wallach si ruppe, il cavallo si imbizzarrì e corse per circa un miglio con l'attore ancora su di esso e le sue mani legate sul dorso.[3] La terza volta nella quale Wallach rischiò la vita fu durante la scena nella quale lui e Brega dovevano saltare dal treno in movimento. Il salto andò bene, ma la vita di Wallach fu in pericolo quando il suo personaggio doveva rompere la catena che lo legava all'altro personaggio, ormai morto. Tuco mise il corpo di Wallace sui binari, facendo passare il treno sulla catena rompendola. Wallach, e presumibilmente tutto il cast, non si era accorto dei gradini di metallo che sporgevano di circa 30 cm da ogni vagone: se l'attore si fosse alzato dalla sua posizione al momento sbagliato, uno dei gradini sporgenti l'avrebbe decapitato.[3] Successivamente Leone chiese a Wallach di rifare la scena, ma quest'ultimo disse che non l'avrebbe mai più fatta in vita sua.[16]
Il film è stato girato in Spagna, facendo uso di numerose location. Tra i sopralluoghi e le riprese passarono diverse settimane, e sorse un problema nel sito scelto per le riprese della "scena del ponte". Alla prima ispezione, l'acqua nel fiume (il Rìo Arlanza, un torrente che "interpreta" il Rio Grande) era alta circa 1,20 m, perfetta per le necessità del film. All'arrivo della troupe, il fiume però si era sgonfiato, diventando un rigagnolo di soli 20 cm. Per ovviare al problema più a valle della zona delle riprese venne costruita una diga temporanea, grazie anche all'aiuto di una compagnia di genieri dell'esercito spagnolo, riportando l'acqua al livello richiesto.
Il ponte nel film dovette però essere costruito ben due volte. Leone voleva un ponte vero, pietra e legno, perfettamente transitabile. Ci vollero circa 15 giorni per costruirlo la prima volta, ma quando lo si dovette far esplodere iniziarono i problemi. Sergio Donati ricorda:
| « Il miglior "artificiere" del cinema allora era Baciucchi, a "living legend": ma non aveva mai avuto a che fare con un botto di quelle dimensioni. Mise una trentina di cariche di tritolo, ma ogni volta l'esplosione delle prime mandava a puttane il resto dei contatti elettrici, così il ponte non saltava tutto in una volta come voleva Sergio.[17] » |
Per ovviare a questo problema si dovette dunque chiedere aiuto ai genieri dell'esercito spagnolo. Raggiunse dunque la troupe una vera e propria squadra di specialisti comandati da un capitano dell'esercito. Furono sistemate tutte le cariche, e le macchine da presa furono poste a diversi angoli del ponte. Durante il conto alla rovescia, al "meno dieci" il capitano dell'esercito confuse una parola detta da un tecnico delle videocamere con il segnale di far esplodere il ponte. Si riuscì dunque a riprendere solo alcuni passaggi del crollo. Eli Wallach ricorda così l'accaduto: "C'erano tre postazioni di macchina, una molto vicina, e un'altra molto lontana. L'uomo che aveva sistemato gli esplosivi per questa scena era un capitano dell'esercito spagnolo. Il responsabile degli effetti speciali gli aveva detto che averlo sul set ad aiutare la troupe era un grande onore, e quindi l'onore di premere il pulsante per far saltare il ponte spettava a lui. Il capitano disse "No, non voglio farlo io", ma quello degli effetti speciali rispose "Ma sì, basta che ascolti e quando io dico Vaya! schiacci il pulsante". Mentre si svolgeva questa scena uno degli assistenti disse al responsabile degli effetti speciali "Vuoi che vada a mettere una delle macchine piccole laggiù?" e lui rispose "Sì, vai, benissimo". Il capitano sentì la parola vai e premette il pulsante. Leone era furioso. "Adesso lo ammazzo" diceva. "Lo licenzio seduta stante...è licenziato!". Disse questo al capitano, e la risposta fu "Riscostruirò io il ponte, ma non fucili quest'uomo."[10] Sergio Donati racconta ancora: "Il ponte fu completamente ricostruito in una notte e la mattina seguente fu fatto saltare in aria di nuovo, questa volta con tutte le macchine da presa in funzione. Però il primo botto era il migliore, tant'è vero che tutte le inquadrature della ricaduta macerie montate nel film sono prese dai "tagli" del primo errore."[17] I problemi con la scena del ponte non finirono qui: sia Eastwood sia Wallach rischiarono di essere travolti dall'esplosione. Eastwood osservò: "Se io e Wallach ci fossimo trovati nel punto stabilito da Leone, con tutta probabilità ora non sarei qui a raccontarvelo."[18] Fu proprio Eastwood che insistette per adottare una posizione più sicura, in tutta tranquillità. Anche qui si nota la scarsa sicurezza adottata da Leone nei suoi film, tanto da indurre Eastwood a consigliare a Wallach di "non fidarsi mai di nessuno in un film italiano."[18] Molti critici avvertono echi keatoniani in questa scena e Leone non smentisce di aver preso ispirazione dal film Come vinsi la guerra del 1927.[12]
La preparazione del triello finale e del cimitero ha richiesto una cura maniacale e un grande impegno da parte di scenografi italiani e spagnoli, coordinati dall'allora aiuto scenografo Carlo Leva. Leone, in una giornata di pausa dalle riprese, andò a vedere come procedevano i lavori e impressionato dalla precisione del lavoro di Leva, gli ricordò che nella scena finale si sarebbero dovute vedere delle ossa nella bara e che pretendeva ossa vere. Dopo un primo fallimento con una ricerca tra i medici e le autorità locali, Leva venne a sapere da un decoratore che a Madrid una donna affittava lo scheletro della madre, attrice in vita, che aveva lasciato disposizioni per usare il proprio corpo per "recitare anche dopo la morte". In auto, si recò a Madrid dove ritirò lo scheletro perfettamente conservato, esattamente quello che compare nella bara. Sempre nella scena del cimitero, Leone per ottenere un genuino effetto di stupore in Eli Wallach mentre questo corre tra le tombe, lasciò libero un cane facendolo correre attraverso il set.[2] Riguardo la scena del cimitero, lo scenografo e costumista Carlo Leva ricorda:
| « Per Il buono, il brutto, il cattivo Carlo Simi mi disse di cercare un posto adatto dove girare la scena finale, ambientata in un cimitero di guerra, e ovviamente di prepararla secondo un bozzetto che avevo disegnato in precedenza. Eravamo in Spagna. Nei pressi di Burgos scoprii un breve altopiano messo a pascolo per il bestiame di un paesino. Parlai con il Sindaco. Lo convinsi a spostare la mandria e a lasciarci utilizzare l'altopiano per le riprese, con la promessa di "restituirlo" com'era quando l'avevo visto. Con l'aiuto dei soldati del genio Spagnolo e una ruspa preparai il terreno per ospitare 8000 tombe, fatte della stessa terra del posto, mista a paglia e segatura. E i tumuli li costruimmo ad uno ad uno utilizzando una bara vuota come fanno i bambini con le formine sulla spiaggia. La scena l'han vista tutti, Sergio Leone fu entusiasta del nostro "macabro lavoro".[19] » |
La sequenza del triello sarà poi destinata a rimanere famosa nella storia del cinema: Sergio Leone sa esaltarla con una fotografia sempre nuova, con primi piani, con dettagli con le riprese degli occhi e con un montaggio sempre più veloce che farà scuola per i futuri grandi cineasti. Ma forse nulla sarebbe stata questa sequenza senza la straordinaria, esaltante e solenne colonna sonora firmata da un grande musicista: Ennio Morricone. George Lucas stesso ha dichiarato di aver preso ispirazione dai primi piani tipicamente leoniani durante le riprese di Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith, in particolare, nel duello finale tra Anakin Skywalker e Obi-Wan Kenobi.[20] Inoltre questa sequenza viene studiata all'università del cinema di Los Angeles, fotogramma per fotogramma: costituisce infatti un esempio di montaggio.[12] In aggiunta a ciò, diverse scene del film sono state utilizzate per uno studio sulle funzioni superiori del cervello umano pubblicato il 12 marzo 2004 sulla prestigiosa rivista "Science".[21] Riguardo le scene finali del film, Leone disse:
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| « Volevo un cimitero che potesse evocare un antico circo. Non ne esisteva nemmeno uno. Così mi rivolsi al responsabile spagnolo degli effetti pirotecnici che si era occupato della costruzione e della distruzione del ponte. Mi prestò 250 soldati, e questi costruirono il tipo di cimitero di cui avevo bisogno, con diecimila tombe. Quegli uomini lavorarono per due giorni pieni, e fu fatto tutto. Da parte mia non si trattava di un capriccio, l'idea dell'arena era cruciale, con una morbosa strizzatina d'occhio, perché i testimoni di questo spettacolo erano tutti morti. Insistetti perché la musica esprimesse la risata dei cadaveri all'interno delle tombe. I primi tre primi piani degli attori ci presero tutta la giornata: volevo che lo spettatore avesse l'impressione di guardare un balletto. La musica diede un certo lirismo a tutte queste immagini, così la scena divenne una questione di coreografia quanto di suspence.[10] » |
L'ossessione del regista per i dettagli, aspetto per altro già noto fin dai suoi primissimi lavori, assunse quasi una connotazione leggendaria.[3] Luca Morsella, figlio di Fulvio Morsella, ricordò così un avvenimento:
| « Un giorno stavano girando una scena e il direttore di produzione (Fernando Cinquini) era molto contento perché avevano fatto tutto nei tempi stabiliti. Poi Sergio disse: "Non ho fatto il dettaglio dello sperone", così lui andò da Sergio e disse: "Va beh, non preoccuparti di un'inezia come lo sperone - lo giriamo quando ci pare". Alla fine venne il giorno in cui sul piano di lavorazione del direttore di produzione c'era scritto: "Dettaglio dello sperone", così lui andò da Sergio e disse: "Vogliamo farlo adesso?". E Sergio disse: "Beh, sai che mi servono trecento comparse, diligenze, cavalli, carabine e tutto il resto". Perché, sì, era il dettaglio dello sperone, ma sullo sfondo lui voleva vedere tutta la vita della città, con gente che camminava e cavalli che passavano. Da quel momento in poi diventò una leggenda ricorrente del mondo del cinema. Ogni volta che un regista dice: "Mi manca solo un dettaglio" bisogna assicurarsi che non sia come il dettaglio dello sperone.[3] » |
Il set era una vera e propria Babele: Leone parlava italiano (e romanesco), ma pochissimo inglese; mezza troupe e le comparse parlavano spagnolo; Wallach non capiva l'italiano e quindi usava il francese per comunicare con gli italiani;[2] anche durante le riprese, gli attori secondari parlavano le loro rispettive lingue, per poi essere doppiati in studio. Addirittura, Al Mulock (il bandito con un braccio solo) nemmeno recita frasi compiute, ma pronuncia una sequenza numerica non ricordandosi le proprie battute.[2]
I tre protagonisti principali recitarono in inglese, e vennero doppiati in italiano per il debutto del film a Roma.[2] Per la versione americana del film, le loro voci vennero lasciate, mentre tutto il resto del cast venne doppiato in inglese. Si può notare che nessun dialogo è completamente sincronizzato, poiché Leone raramente (o mai) girava le scene con l'audio sincronizzato. Varie ragioni furono ipotizzate per questo: a Leone spesso piaceva sentire la musica di Morricone durante una scena per ispirare gli attori; a Leone importava inoltre molto più la visuale della scena rispetto ai dialoghi (il suo inglese era molto limitato); a tutto ciò si aggiungevano le limitazioni tecniche del tempo, e sarebbe stato dunque molto difficile registrare perfettamente i dialoghi nelle scene girate da Leone. Tuttavia, senza una ragione ben definita (alcuni affermarono che il film doveva sembrare girato direttamente in inglese, dunque si dovevano sistemare i problemi di sincronizzazione) tutti gli attori vennero ridoppiati. Il doppiaggio fu effettuato a New York tra l'ottobre e il novembre del 1967. La supervisione del doppiaggio fu affidata a Mickey Knox, un attore americano amico di Wallach.[3] Knox ricorda: "Sergio aveva una pessima traduzione dall'italiano, e nella maggior parte dei casi gli attori americani cambiavano le battute mentre doppiavano... io sapevo quello che avrebbero dovuto dire, perché avevo il copione italiano... ma dovevo trovare la battute giuste, non solo per mandare avanti la storia, ma anche perché corrispondessero al movimento delle labbra. Non è una cosa facile da fare. Di fatto, mi ci vollero sei settimane per scrivere quello che chiamano il copione col labiale. Normalmente per un film ce l'avrei fatta fra i sette e i dieci giorni. Ma quello non era un film normale."[3] Sergio Donati andò a controllare l'operato dei doppiatori, ma con orrore scoprì il direttore del doppiaggio (Knox) modificare i dialoghi vistosamente, per essere sincronizzati con il labiale. Donati, a questo proposito, disse:
| « A semplificare le cose arrivò pure Clint Eastwood il quale ormai, dopo il terzo film con Leone, stava con lui in un reciproco cordiale rapporto tipo senza di me non saresti nessuno, brutto stronzo. Clint con una faccia da western sbatté il suo "shooting script" sul leggio e disse con la voce gelida e sussurrante che conoscete tutti: «Io ripeto esattamente quello che ho detto sul set». Sapendo benissimo di rovinarci in quanto era tradizione leoniana sconvolgere completamente i dialoghi durante il montaggio.[17] » |
Inoltre, a causa di un errore di traduzione, nei primi trailer americani del film Sentenza diventa il Brutto e Tuco il Cattivo.[2]
Il film fu proiettato per la prima volta in pubblico il 23 dicembre 1966 in Italia; esiste poi una versione director's cut, distribuita anche nella nostra penisola, della durata di 182' che rende più completo lo svolgimento del film e la caratterizzazione dei personaggi.
| Date di release internazionali | ||
|---|---|---|
| Paese | Titolo film | Date |
| Il buono, il brutto, il cattivo (161'; 182' senza tagli) | 23 dicembre 1966 | |
| Zwei glorreiche Halunken (171') | 15 dicembre 1967 | |
| The good, the bad and the ugly (161'; 179' senza tagli) | 20 dicembre 1967 | |
| 続・夕陽のガンマン (161') | 30 dicembre 1967 | |
| Hyvät, pahat ja rumat (161'; 142' versione tagliata) | 2 febbraio 1968 | |
| Le bon, la brute et le truand (161'; 186' senza tagli) | 8 marzo 1968 | |
| Den gode, den onde, den fule (171') | 10 aprile 1968 | |
| non disponibile | 13 giugno 1968 | |
| The Magnificent Rogues (161'; 179' senza tagli) | 22 agosto 1968 | |
| non disponibile | 22 luglio 1974 | |
| non disponibile | 7 agosto 1977 (Davao) | |
| Den gode, den onde og den grusomme (161') | 8 ottobre 1982 | |
Il film spopolò ben presto in tutto il mondo, grazie soprattutto alla fama già consolidata del regista Sergio Leone. Dal 1966, anno dell'uscita, il film ha incassato più di 25 milioni di dollari, una cifra che, tenendo conto del rapporto incassi-spettatori di oggi, non sarà mai più raggiunta né eguagliata da nessun altro regista europeo.[22] Gli stessi dirigenti della United Artists rimasero esterrefatti vedendo le sale di tutto il mondo gremite come mai nessun western era riuscito a fare. In Italia, il film arrivò terzo dietro a La Bibbia (1956) di John Huston e Il dottor Zivago (1966) di David Lean.[3] Benché messo a confronto con capolavori del cinema internazionale, il western di Leone non sfigurò, essendo stato penalizzato dal divieto ai minori di 14 anni.
Da allora, il film è rimasto molto amato dal pubblico, che costantemente lo supporta nelle varie classifiche: gli utenti di Box Office Mojo lo insigniscono del grado "A"[22] e inoltre ottiene il 100% nella singolare votazione di Rotten Tomatoes.[23] Il film viene inoltre preso molto bene in considerazione nelle varie classifiche dei migliori film di tutti i tempi: gli utenti del Mr. Showbiz Web site lo classificano all'81esimo posto;[24] i lettori del giornale Empire Magazine lo pongono al 41esimo posto;[25] si trova al 69esimo posto nella classifica stilata dai lettori di Time Out.[26] È inoltre costantemente tra le prime 5 posizioni nella IMDb Top 250 movies; attualmente 4°, è la più alta posizione mai raggiunta per un film western e per una pellicola non americana.[27]
Fin dall'uscita del film la critica fu molto varia, influenzata dal fatto che gli spaghetti-western venivano mal considerati oltre oceano. Roger Ebert, che successivamente incluse il film nella sua personale lista dei migliori film,[28] affermò che nella sua prima recensione "descrisse un film da 4 stelle dandogliene solo 3, forse perché si trattava di uno spaghetti-western e quindi non poteva essere considerata arte".[29] Ebert inoltre evidenziò la caratteristica unica di Leone che permette al pubblico di essere vicino ai personaggi vedendo esattamente ciò che loro vedono in prima persona.
Gian Luigi Rondi, giornalista de il Tempo, pur elogiando il film nel complesso, mosse una critica sulla lentezza del film, difetto considerevole per un western:
| « Bisogna dare atto a Sergio Leone di avere risolto persino delle vere e proprie battaglie con tecnica davvero provveduta e con un impegno, anche figurativo, abbastanza maturo. Manca, però, la tensione. Il racconto, cioè, si dipana a volte in modo troppo lento e troppo statico, con pause eccessive. E questo, per un western, è un difetto considerevole. Anche per un western di tipo satirico.[30] » | |
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(Gian Luigi Rondi)
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Anche Tullio Kezich per il Corriere della Sera criticò la lentezza e monotonia del film, esaltando allo stesso tempo altri aspetti:
| « Ancora una volta dobbiamo segnalare la strana abilità di un regista capace di agganciare il grande pubblico con la descrizione puntigliosa di situazioni sadomasochiste, con l’esasperazione della suspense che precede le innumerevoli sparatone, con la pirotecnica moltiplicazione dei botti e degli scoppi. A questo punto, più che in passato, l’effettistica di Leone si traduce però nelle continue smagliature di un racconto arido e monotono, né la precisa ambientazione storica, che inserisce il consueto intrigo di dollari e di sangue nel quadro della guerra civile americana, riesce a tonificare lo spettacolo.[31] » | |